Alcuni tempi ci annegano. Altri no.

Non c’è forse un tempo magnanimo che scorre nel luogo sacro, una sorta di città d’oro dove piccole contrade di speranza tracciano il modo di riattivare simboli sepolti nella coscienza e che rimessi in libertà esorcizzano l’angoscia del presente? È questo il tempo poetico della poetessa Ketti Martino. A restituirci l’estetica dell’empatia, la riconsegna alla natura dell’uomo e delle cose, dei suoi contenuti mitici, arcaici, ineffabili. Il dolore, come essenza irrappresentabile, qui dispiega tutta la sua potenza creatrice. E in scacco non resta più l’uomo ma solo quell’ethos come persuasione della perdita.

Il nuovo libro della Martino racconta di un tempo del sacrificio e di un tempo della guarigione nella volontà di resistere. Ostinatamente.

E questa pausa del dolore, questo equilibrio del respiro diventa il sublime contemplativo di Schiller. “Sublimi in senso contemplativo sono quegli oggetti che altro non mostrano se non una potenza della natura di gran lunga superiore alla nostra, lasciandoci però liberi di rivolgerla al nostro stato materiale o alla nostra persona morale. Li definisco tali in quanto essi non prendono d’assalto l’animo in modo così acceso da impedirgli di permanere in uno stato di tranquilla contemplazione”.

E così noi lettori transitiamo dalla raccolta poetica precedente, “Del distacco e altre permanenze” a questo nuovo lavoro “Il ramo più preciso del tempo”, quasi impercettibilmente tanto il passaggio avviene con l’esattezza delle forme salde, della scrittura coerente, dove la dimensione dell’affettività non ha tanto un contenuto o investimento psichico quanto una più struggente e coinvolgente fisicità corporea. Peso, forma , materia, tutto si consolida in un luogo, un terreno fisico e metafisico che è rappresentato dalla casa, dalla domus privatissima e intima di raccoglimento per la radicalità di una svolta.

Perché stare fuori, lì fuori, in un luogo imprecisato, è stare con “l’alba che non ci riconosce” e dove “il cielo non ha ordine”, mentre “la casa matura nell’autunno,/ sazia di sereno e di tempeste”. Dunque in questo luogo di espiazione come lo definisce la stessa autrice, convergono entrambe le forze. Quiete e tempesta. È questo l’ulteriore magistrale passaggio della poetessa per condurci sul senso dell’infinito. E sul suo duplice significato. Infinito come sinonimo di eterno divenire, “In quella infinitudine di pace/ in quella parte di confine ch’era voce,/ io cominciavo a somigliare a una stella”, (il sereno) e Infinito come scoperta di un vuoto terrificante, colmo di verità celate. Infinito come allegoria della perfezione irraggiungibile e del suo mistero, “Eppure, in un punto indefinito/della scorza, il ventre assorbe/ ancora tutto il male/ come nutrimento.” (La tempesta).

Ma proprio come nell’ápeiron greco, anche in quello della poetessa Martino, subsistono luce e tenebre, notte e giorno, vita e morte. “Non basti saperti governo temerario/ dalla moltitudine di addii: la tua anima/ è nel ritrarsi precoce dell’abbraccio/ nel travaso di sassi sulle spalle/ nel gesto perfetto del commiato/ nel gesto che noi dobbiamo decifrare.”

Ecco che ci viene infine meravigliosamente donato dalla Martino, il valore infinito delle verità rivelate, quelle che seguono solo la strada di una difficile e dolorosa interpretazione: immerse nel possibile necessario, aperte a scelte differenziate, a differenti, molteplici combinazioni, sgorgano dalla sorgente tutta agostiniana della bellezza e del vero, dalla consapevolezza dell’esistenza del meraviglioso.

Del resto il suono della parola poetica della Martino non presuppone mai l’idea di vuoto, di isotropia, ma piuttosto sembra voler essere momento precedente alla scelta tra le densità, le materie, i colori e i suoni del fondamento del proprio destino o delle proprie visioni.

E proprio la musica, tra tutte le qualità, ti impedisce di ascoltare lo strappo. “Avere solo musica nel petto. Essere di musica, di musica soltanto”. E la parola poetica di Ketti è musica sublime.

Incanto Errante

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