Non riguarda il corpo né la mente, questa seconda raccolta poetica di François Nédel Atèrre. È una ricerca del vuoto saturo di pienezza, di un intorpidimento dell’essere per liberare forze nascoste e spezzare il giogo di identità che si limitano a fluttuare in un mondo esteriore fatto di luoghi comuni, banalità, eventi senza importanza.

È il modo corale degli uomini in una esperienza interiore come ricerca deliberata dell’estasi, immune tuttavia da ogni riferimento puramente confessionale o teologico. Non c’è, in ultima analisi, il sentimento di Dio come può pensare erroneamente il lettore superficiale che si soffermi solo sul titolo, “Mistica del quotidiano”. L’esperienza del sacro, se di sacro vogliamo parlare, è mistica profana, laica, ad impadronirsi del quotidiano e dell’uomo che ci vive. Di una sua trascendenza personale che scava in sé il nulla dell’Essere dove nessun nome, nessuna retorica interviene a evitare la potenza corrosiva della propria interrogazione.

E il cammino tracciato per questa rivelazione è la parola poetica come espressione del silenzio non meno incisiva del linguaggio stesso. Ma non quello roboante, che mette in scacco ogni sorta di comunicazione o di svelamento. È una parola ascetica quella di François Nédel Atèrre, nel senso di sobrietà come condizione sine qua non dell’ascolto, che abdica dal descrivere il mero susseguirsi di azioni senza senso. Una parola che induce a permanere a lungo sull’ineffabilità degli avvenimenti, oppure a tacere al loro cospetto se la qualità del loro avverarsi non conferisca un rinnovato sentimento di vita, facendosi dispensatrice di senso. Un quotidiano, insomma, messo in mostra nella sua muta apparenza in attesa di ricevere attenzione, di essere ascoltato non nel disagio per quello che sembra ma per quello che è: un tempo mistico che permette allo spirito di salire in superficie e di mostrarsi nelle cose di tutti i giorni. 

Un quotidiano che spesso, disincantati come siamo ad oltranza, trascuriamo di valutare nei suoi innumerevoli risvolti e benefici: di trasportarci verso l’incanto, di condurci all’appuntamento verso noi stessi, con la nostra interiorità a volte deliberatamente evitata, caparbiamente ignorata per fuggire dall’emozione, dallo stupore, dalla meraviglia. Solo “per avere salva la forma che non significa niente” (pag.96). Una quotidianità che a volte, anche, fornisce “nozioni esauste” e “decadenza”. Ma che proprio per questo non smette di nutrire la coscienza di umiltà e di convincimento che la sola verità personale non è sufficiente per la conquista dell’orbita del “sacro”.

Questa mistica del quotidiano, profana e seducente come mai, è affidata “ai poeti che ci seguono con passi incerti, non visti a gettare per noi sguardi discreti e parole non dette” (pag28).  Alla parola “non detta”, dunque, ma colma di potenza e di etica. Meccanismo reso facilmente fungibile di un’esperienza della spiritualità laica e profondamente radicata nelle stanze, tra i mobili e stoviglie, tra tavole apparecchiate, finestre spalancate nella luce, fogli di calendario, abiti leggeri. Un caleidoscopio di oggetti, frammenti, voci che trovano la loro simmetria proprio nella quotidianità imperfetta del divenire dove l’intrusione del rumore viene neutralizzata dalla parola “levigata” della poesia. La parola “non detta” del poeta. “Faranno più rumore i gusci aperti di ogni altra voce” (pag. 45). La poesia di François Nédel Atèrre è fatta di grande silenzio, è muta, essenziale. Ma non come fuga dal linguaggio, reticenza della lingua, ma come presa di distanza dalla parola superflua. Quella che non dice, che non trasmette. Resta solo una rimanenza di quel dire dell’anima, una scoria da eliminare. La poesia di François Nédel Atèrre è prima di tutto mistica della parola. Sacralità di un quotidiano che non vive nel rumore che opprime e inquieta ma ha tutta l’estensione e la gravità di un vissuto tangibile che ha la sua meraviglia “nella parola non detta, che suonò nel cielo dilatato nella luce” (pag.28).

Ma il non detto, il vuoto etico, il silenzio dello spirito per comprendere il quotidiano non equivale alla negazione o all’assenza ma solo all’assenza di ogni intenzione di compiere un’azione che sia dettata dal falso principio del buono. Della morale. Non vi è alcun riferimento ad una morale in questa mistica del quotidiano. Semplicemente perché travalicarla significa andare al di là delle manifestazioni ordinarie del dire e del fare. L’azione, nella poetica di François Nédel Atèrre, è pura e autentica, intrisa dell’unico flusso permanente dell’Essere. “Il sacro fugge, è stanco, dalle porte di legno scardinate… dai limoni caduti prima di avere colore” (pag14).  Per il poeta, garanzia ottimale della mistica del quotidiano è preservarlo da ogni sudditanza a norme obbliganti, così come da ogni ambizione o meriti. La mistica del quotidiano è l’esecuzione perfetta del duro esercizio del vuoto, dell’assenza per riempirlo dell’uso efficace delle cose, della natura, della vita. Ma è anche il contrasto, per annullarsi a vicenda, della volontà e tensione. Ritrovare, nelle pieghe dei giorni, l’abilità, spesso soffocata nell’intenzione di riuscire a scandire il tempo delle cose, di lasciarsi ricondurre all’anatomia semplice dei sensi. “Ignora, infine, il senso delle cose riposto, è spesso inutile cercare. Sei stato fatto al mondo per brillare ma un giorno solo: sii contento al frutto carnoso, al vino dolce, a labbra rosse” (pag.47).

Ciò che si sacrifica alle passioni e ai desideri libera un’energia che non tradisce alcuna forzatura ma dona un’incisività chiamata anche mistica dove l’Io si trova finalmente restituito a se stesso…. “Avevo comunque bisogno, vivendo al mondo, di una cosa chiamata dai giovani filosofi mistica del quotidiano” (pag.16).

Francesco Terracciano
– Mistica del quotidiano –

Paola Casulli

@INCANTOERRANTE

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