“Gjelder hele Svalbard” recita in norvegese uno dei due cartelli stradali posto lungo l’ Adventfjorden. L’altro si trova poco dopo il porto, sulla strada per l’aeroporto. Entrambi indicano la presenza di orsi “su tutto il territorio delle Svalbard” e il punto fino a dove ci si può spingere da soli. Si, perché le Svalbard, il magnifico arcipelago dove la potenza degli elementi primordiali incarnano il sogno degli ultimi avventurieri, è un luogo inospitale, remoto e incontaminato. Magico e surreale.

Questa terra ai confini del mondo, tra i 74° e gli 81° di latitudine Nord, fra il Mare di Barents e il Mar di Norvegia, ha conquistato anche me.

E non solo per i suoi maestosi ghiacciai, i picchi spettacolari ricoperti di neve, gli iceberg giganteschi, loscurità delle lunghe notti artiche e la luce perenne dellestate. È soprattutto il suo mare ad esercitare su di me la suggestione più potente. Lartico è nero. Un mare dove il vento è nuovo e batte i ghiacciai di una morte azzurra. È il richiamo, è loceano scuro che perdona la mia, di oscurità. Ha un odore inebriante, un silenzio da luna piena. È maschile per eccellenza. Ho navigato per una giornata intera sulle sue onde maestose e i miei ricordi, le mie ferite, tutto è caduto in quellabisso che non mi faceva paura. Non mi provocava malessere. Solo una vaga tristezza, di quella che vedi attraverso la memoria gli istanti passati. Poiché lartico non inizia e non finisce. Ha una profondità di sogni e di alghe flessuose dove balene primitive nuotano nei pascoli liquidi di trasognate certezze. È improvviso lArtico, e fatale. Un oceano dinosauro, dove sei allerta e sospeso, e cessi di esistere nel respiro antico del tutto fu creato da un dio”.

43 nazionalità suddivise fra 2.500 abitanti. Danesi, francesi, canadesi, australiani, giapponesi, indiani, belgi e anche tu, se lo vuoi, puoi diventare cittadino legittimo senza necessità di visto e avviare attività commerciali sull’arcipelago. Bizzarra libertà in un luogo dove però è vietato nascere e morire. Si, perché non si può venire seppelliti a causa del permafrost che conserva perfettamente i corpi che quindi non marciscono e preserva i virus con il pericolo di contagi e epidemie. Per cui i defunti vengono tutti trasferiti su terra ferma e da lì fanno ritorno al proprio Paese di origine.

Ma, come il mondo incomincia sempre di più ad essere accessibile, la gente sta esplorando ogni angolo del pianeta. Questo è anche il caso delle terre selvagge dell’Artico. Bisogna affrettarsi se si vogliono visitare le Svalbard ancora autentiche, senza la massa di turisti che invade ogni cosa, che ti spunta ad ogni angolo con le assurde fotografie, che scalpitano e urlano. Leggendo un articolo locale ho appreso, non senza un brivido di disapprovazione, che la Arctic Travel Company Grumant ha annunciato che il numero di persone che stanno lavorando in attività relative al turismo ha avuto un incremento del 100% rispetto al circa 20% di quando la compagnia ha iniziato a operare nel 2016! Ciascun anno la compagnia ha incrementato nuove offerte di turismo soprattutto intorno a Longyearbyen, il portale d’ingresso al magico mondo subpolare delle Svalbard. È proprio a Longyearbyen, sull’isola di Spitsbergen, la più grande dell’arcipelago artico norvegese delle Svalbard, che atterriamo dopo un volo di circa tre ore da Oslo. La mattinata è ventosa e gelida. Prendiamo alloggio presso il Mary-Ann’s Polarrigg, una manciata di stanze in legno chiaro con coperte di pelliccia e una grande sala vetrata dove guardare la luce del giorno spegnersi lentamente, sonnecchiando su ampie poltrone di pelle.

Certo non si può definire Longyearbyen affascinante, dal momento che in tutto il centro urbano è un susseguirsi di edifici industriali e dappertutto giacciono i detriti abbandonati dell’attività mineraria. Infatti anche se nei secoli passati la zona era frequentata dai balenieri, Longyearbyen fu fondata all’inizio del XX secolo come centro minerario da John Munro Longyear, un americano che nel 1906 diede inizio all’estrazione del carbone nella zona. Nel 1976, lo stato norvegese subentrò per salvare la compagnia, la Store Norsk, dalla bancarotta. Oggi, in città ci sono almeno 7 miniere ma solo una, la numero 7, a circa 15 km a est di Longyearbyen, è ancora attiva. Ci sono anche due musei molto interessanti, legati alla storia delle esplorazioni polari e alle avventure sui ghiacci. Ma ciò che colpisce maggiormente è sapere che nelle viscere della montagna che sovrasta l’aeroporto, sotto il permafrost, è stata scavata una grade caverna artificiale. Viene definita Camera blindata del Giudizio Universale, Svalbard Global Seed Vault. È destinata a custodire infatti, fino a 4 milioni di varietà diverse di semi vegetali e ha una capacità di 2,25 miliardi di semi. Un numero immenso che copre l’intera biodiversità botanica del pianeta. 

Un pomeriggio, di quelli ancora pieni di luce, mi incammino fuori dal centro abitato e resto sbalordita da quanto questo sia vero – Intendo dire quanto qui il tempo trascorra lentissimo, come una preghiera imperitura, un’incertezza lussuosa e decadente che se fosse certezza non si chiamerebbe più tempo. Si adatta ai paralleli e ai meridiani con quellalito selvaggio che inventa ciò che è proibito, che cammina nel midollo osseo di un ghiacciaio, di una caverna, e mi inquieta gli occhi e mi da linsonnia lattea di una cometa. Si incolla a paesaggi marziani, equivale alle stagioni che qui si alternano lente, allombra e alla luce che si sovrappongono fino a diventare luna il sostituto dellaltra. Una entra nellaltra in modo furtivo, quasi delineando un suo proprio colore, rubando un podi luna, nascendo un podi sole. Ora che tutto è ancora quasi luce il tempo sembra dilatato. Sono qui da pochi giorni ma mi sembrano unabbondanza lussureggiante. La luce pur se rimane fievole durante la notte, resta. In mutazione promiscua. Resta chiara e azzurrina. Grigia anche. Ma di un grigio che rende di perla le finestre mentre fuori il mondo torna a formarsi. Cerca nuovi lati e unaria più leggera o più dura, eroica e crudele. 

Dalla città di Longyearbyen partono le escursioni più popolari come la visita agli insediamenti russi di Barentsburg e Pyramiden. Se Barentsburg è il primo avamposto dell’ex Unione sovietica dimenticato ai confini del mondo, Pyramiden è il secondo insediamento russo nelle Svalbard. Quando nel 1910 furono scoperti i giacimenti di carbone, sorsero i primi impianti di estrazione istallati da una compagnia svedese. Intorno agli anni 30 la compagnia fu rilevata da un’impresa sovietica, la Russkij Grumant e in seguito dalla Arktikugol che tutt’ora ne è proprietaria. Negli anni ‘50 a Pyramiden ci vivevano 2500 persone! All’inizio degli anni ‘90, periodo di massima espansione e di capacità produttiva, a Pyramiden vi erano ben 60 km di pozzi attivi, 130 abitazioni, aziende agricole, scuole, un albergo con piscina, teatro, una palestra, una biblioteca e un cinema/teatro. Nel giro di pochi anni, tuttavia, la miniera cessò di produrre carbone in quantità sufficienti da rendere redditizia l’attività. La Russia non volle o non fu più in grado di sostenere gli investimenti e nel 1998 il sito fu abbandonato. A quel tempo, nella città mineraria vivevano 1000 residenti. Oggi la popolazione corrente si aggira intorno alle 40 persone durante la stagione estiva. Un minuscolo manipolo, meno di dieci, in inverno. La nostra guida, Sebald, un ragazzone tedesco alto e biondo dall’inglese perfetto, ci richiama a compattare il gruppo. Non gradisce che ci si distragga e ci allontani dagli altri. Il pericolo degli orsi è sempre costante. Io fantasticavo sul fatto che, a causa del basso tasso di decadimento in un clima gelido, gli edifici principali della città resterebbero ancora integri dopo 500 anni anche senza l’uomo. Probabilmente potrebbe essere l’ultima città a deteriorarsi sulla terra. Teoria affascinante come trovo quasi commovente il netto contrasto tra una natura immensa, sconfinata e incontaminata e i fantasmi delle infrastrutture industriali e minerarie. Passeggiando in questo luogo di desolazione e nello stesso tempo di grande fascino, si rimane colpiti dalle vestigia dell’architettura sovietica e dal grande busto di Lenin, il primo più a nord del mondo (79°), che sembra voler tenere alto il vessillo russo ancora e per sempre! 

Nella città fantasma di Pyramiden alcuni edifici sono stati rimessi a nuovo conservando intatta l’autenticità dell’epoca sovietica, enfatizzando il rinnovo nello stesso stile che c’era qui tra gli anni ‘70 e ’90. L’hotel Tulipan che ha nove stanze più una che rimarrà come è sempre stata fino a tutto il 2020, restando qualcosa di simile ad un museo. Un ristorante e un bar, un centro culturale, così come la sala cinematografica, che ha ricevuto sostentamenti dal Fondo per la protezione ambientale delle Svalbard, sono tornati quasi a risplendere. Un nuovo caffè è stato creato nella biblioteca al secondo piano. Ma ciò che non è stato toccato e che per me ha qualcosa di magico è il pianoforte nero di Pyramiden. 

Nella città in cui tutto è immobile o danza di piccole particelle sospese, un pianoforte è rimasto lì, spalancato, aperto con la sua ala dura sulla musica piana. Uno spartito e fogli, scritti da mani che dovevano avere una specie di luminosità, mi guardano. Ci vuole coraggio a scrivere la musica. Ci vuole uno stato di grazia per bere larte del mondo. La piccola grafia, minuta nello spazio bianco, si staglia sul nero. Dicotomia cromatica mi dice dellignoto, di cose che si amano, della sincerità delle tenebre, della notte creatrice. Devo scappare via dalla stanza, distogliere gli occhi, allontanare lalba del mio cuore dalla notte di una colpa. Chi suonava quel pianoforte? Quale mortale era seduto o seduta su quella sedia ora vuota e impolverata che sia diventato o diventata altro da Se? È rimasta una beatitudine fisica ad impronta su quella sedia. Ora sento un sospiro del mondo, una felicità suprema che non si può raccontare. Sebald mi richiama, questa volta è quasi un urlo, il fucile in spalla, le folte sopracciglia dorate quasi gelate dal freddo, mi fa cenno di correre verso la barca. Stiamo salpando. Si torna a casa. A Longyearbyen. Tutto è rarefatto, rallentato. È il tempo degli orsi. Il tempo della neve che arriva. Delle aurore a fare viola il cielo. È tempo di morire forse. Di una morte al caos di se stessi. E rinascere insieme alla renna o alla volpe. In queste distese immense di grotte e del  ghiaccio che tutto preserva e tutto vivifica. Non è notte non è più giorno, le ombre non sono lunghe ma non sono corte.

E il cane di Mary-Ann, il lupo dal pelo bianco e lanoso che è fuori alla casa, ulula. Non so a cosa, non so perché. Mi è venuto vicino. Mi ha guardato con i suoi occhi a fessura, forse lui guarda i fantasmi azzurri che emanano i ghiacciai e le volpi artiche scivolano con i loro artigli sulle placche. Lho vista, veloce come il lampo, tagliare da ovest a est la montagna e sparire. È il tempo degli animali, è tempo di essere come loro. Apparire in diverse forme. Donna estasi, donna sacra. Schivare lidentità esprimibile e perdersi, sorbendo la volontà nella selvaggia anima errante.

Testo e foto di  Paola Casulli       @INCANTOerrante

Pyramiden – Svalbard
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