Home Blog

Ghost, Unchained Melody

Chi non ha mai pensato che a modellare vasi d’argilla sulle note di

“Oh my love, my darling / I’ve hungered for your touch / A long, lonely time…”

e guidati dal sex symbol Patrick Swayze, non si produca solo un semplice manufatto d’artigianato ma una delle scene cult del cinema mondiale?

Il film che ha questa memorabile scena è Ghost – Fantasma

diretto da Jerry Zucker, con una giovanissima Demi Moore (Molly), il compianto Patrick Swayze, scomparso il 14 settembre 2009 (Sam), e la strepitosa Whoopi Goldberg (Oda Mae Brown). 

Demi Moore, Patrick Swayze, Whoopi Goldberg

Pellicola di genere drammatico, che ha fatto sognare più di una generazione, uscì nelle sale americane il 13 luglio 1990, con un incasso superiore a 500 milioni di dollari.  

Ghost vinse anche 2 Oscar. Il primo per la Miglior sceneggiatura originale consegnato a Bruce Joel Rubin, il secondo alla stessa Whoopi Goldberg, alla quale la pellicola valse l’Oscar come Miglior attrice non protagonista.

Ma ottenne anche una nomination per la Miglior colonna sonora, firmata da Maurice Jarre. Composta da vari brani dal sapore “blusy” (melodico e nostalgico), ha un tema intitolato a Molly e uno intitolato a Sam. 

Ma il brano di punta, che fa da sfondo alla scena di Sam e Molly che, nel cuore della notte, modellano assieme il “famoso” vaso di creta, è il celebre Unchained Melody.

Oh my love, my darling
I’ve hungered for your touch
A long lonely time
Time goes by so slowly
And time can do so much
Are you still mine?
I need your love
I need your love
God speed your love to me
Lonely rivers flow to the sea to the sea
To the open arms of the sea
Lonely rivers cry wait for me, wait for me
I’ll be comin’ home wait for me
Oh my love, my darling
I’ve hungered for your touch
A long lonely time
I need your love
I need your love
God speed your love to me

Unchained Melody

Il brano, struggente e romantico, prima di essere una delle canzoni più registrate del ventesimo secolo, in origine fu di Alex North, mentre il testo di Hy Zaret. E, sebbene abbia fatto da sfondo a romantiche storie d’amore, in realtà fu scritta per un film che raccontava la triste vita nelle prigioni americane.

La pellicola, del 1955, si intitolava proprio “Unchained” (Senza catene), per la regia di Hall Barlett.

Era una canzone struggente, che parlava di disperazione dove, il protagonista in prigione, accusato ingiustamente, si chiedeva se la sua amata lo pensasse ancora. “Time goes by so slowly / And time can do so much / Are you still mine?” (il tempo passa così lentamente e il tempo può fare così tanto, sei ancora mia?). A cantarla il baritono Todd Duncan.

Unchained Melody si aggiudicò una nomination agli Oscar di quell’anno come miglior colonna sonora. Diventò famosissima e furono in molti a cantare una loro versione. Harry Belafonte, Perry Como, Cliff Townshend. Oggi si contano oltre 500 versioni. Dagli U2 ai Platters, da Neil Diamonds a Frank Sinatra fino al grande Elvis Presley, che la cantò poco prima della sua morte. Belle anche le versioni italiane di Mina, Nilla Pizzi e Iva Zanicchi.

La cover più famosa, tuttavia, è quella incisa nel luglio del 1965 dal duo The Righteous Brothers, un duo musicale soul statunitense formato da Bill Medley e Bobby Hatfield, attivo soprattutto negli anni ’60. La loro carriera discografica è durata dal 1963 fino al 1975, dopo di che hanno continuato ad esibirsi fino al 2003, anno in cui Hatfield è morto. Il loro stile canoro venne definito “blue-eyed soul” (soul dagli occhi blu). Medley è considerato un baritono, molto adatto alle tonalità basse, mentre Hatfield era un tenore, più a suo agio con le tonalità più alte.

Il brano dei Righteous Brothers riuscì a entrare nella Billboard Hot 100 alla posizione numero 5 e a rientrarci 25 anni dopo grazie alla notorietà del film che la riportò in vetta alle classifiche.

Evergreen immortale passò dall’essere il canto di un triste carcerato ad essere associato ad una delle scene più romantiche e indimenticabili del cinema!

ghost-bacio

IncantoErrante

I petali di sale di Motoi Yamamoto

Di Paola Casulli |

Cadono i fiori di ciliegio
sugli specchi d’acqua della risaia:
stelle, al chiarore di una notte senza luna.

Yosa Buson (1715-1783)

Mentre in questi giorni in Giappone inizia l’Hanami, il tradizionale evento che celebra la bellezza dei fiori di ciliegio (Sakura), ammirandone il loro fiorire nelle bellissime giornate di primavera, c’è chi realizza migliaia di piccoli petali di sale, li distende sul pavimento, dallo sfondo rosso scuro, e ne fa un’enorme opera d’arte, bianca, splendente e di commovente poesia.

Sono 100mila i petali di fiori di ciliegio, realizzati a mano dall’artista giapponese Motoi Yamamoto.

Un lavoro impressionante, per precisione e meticolosità, che l’artista compie lavorando accucciato in una minuscola porzione di pavimento, facendo cadere i granelli di sale da un contenitore, che viene mosso ad un ritmo particolare e costante.

Motoi Yamamoto. Installazionepresentata al Setouchi-City Art Museum, “Sakura Shibefuru – Falling cherry petals” ("Petali di Ciliegio che Cadono")
Motoi Yamamoto. Installazione presentata al Setouchi-City Art Museum, “Sakura Shibefuru – Falling cherry petals” (“Petali di Ciliegio che Cadono”)

Motoi Yamamoto utilizza il sale come simbolo apotropaico
ed elemento fondamentale per la vita.
Ogni grano di sale, un frammento di vita.
I petali, invece, sono un rimando al ciclo completo della vita e della morte,
allo scorrere delle stagioni e alla purezza della natura.

Si tratta della nuova installazione presentata al Setouchi-City Art Museum,
“Sakura Shibefuru – Falling cherry petals” (“Petali di Ciliegio che Cadono”) 

L’intento dell’artista è che l’arte di osservare l’hanami, tanto praticato ed amato dal suo popolo, arrivi all’estremo limite nel suo culmine e compimento. Quando cioè i petali dei Sakura cadono a terra. Momento che permette agli spettatori di contemplare quell’istante preciso che divide esperienza e ricordo e che da sempre a che fare con la circolarità e la transitorietà del tempo e della vita. 

Un lavoro complesso ed enorme, questo di Sakura Shibefuru a cui l’artista giapponese però non è nuovo.

In occasione della Triennale di Setouchi 2016, l’artista nipponico realizzò un intricatissimo pattern astratto sul pavimento di una casa tradizionale giapponese ancora ingombra di oggetti, sulla minuscola isola di Takamijima, situata nel Mare interno di Setouchi. La sussistenza degli abitanti della piccola isola era legata alla pesca, alla raccolta del sale, al ritmo delle stagioni e alla mitezza del clima. Poi, il sopraggiungere dell’industrializzazione ne ha sconvolto la vita insieme a tutte le altre isole dell’arcipelago. 

Motoi Yamamoto. Triennale Setouchi 2016
Motoi Yamamoto. Triennale Setouchi 2016. Isola di Takamijima

Sempre nel 2016, per la manifestazione “Univers sel”,
realizzò due installazioni, nella torre del castello medioevale
della cittadina di Aigues Mortes (nella Linguadoca, al sud della Francia),
“Floating garden” e “Labyrinth”.

Mentre “Floating garden” era una spirale a simboleggiare un pezzo di memoria e un frammento di tempo, “Labyrinth”, invece, composto dal ripetersi di elementi quasi geometrici, culminava in una pila di sale, che sembrava una piccola, candida, catena montuosa.

Motoi Yamamoto. Labyrinth. torre del castello medioevale della cittadina di Aigues Mortes
Motoi Yamamoto. Labyrinth. Torre del castello medioevale della cittadina di Aigues Mortes

Che si tratti di enormi e intricati labirinti tracciati sul pavimento, o di sculture di grandi dimensioni collocate nello spazio in maniera ascetica, le opere dell’autore nato a Hiroshima hanno sempre come minimo comune denominatore il sale, elemento fondamentale per la vita creativa dall’artista che così spiega il senso della sua arte:

“I would like to express my belief in the cosmic nature of art, which represents the transience and ephemeral nature of our lives. In realizing this ephemerality, we learn that life is a process of approaching death.”

Il lavoro di Motoi Yamamoto prende le mosse da due esperienze traumatiche: la morte della sorella ventiquattrenne per un tumore al cervello e la perdita successiva della giovane moglie di un tumore al seno. 

Alla base della sua poetica, dunque,
c’è l’elaborazione del lutto
e nel potere di purificazione del sale
(sottolineato nei funerali scintoisti),
un alleato capace di salvare le sue memorie familiari
e di guidarlo verso la verità definitiva del destino.

Tutte le installazioni di Motoi Yamamoto sono effimere, perché l’artista alla fine del periodo espositivo invita i visitatori a distruggerle raccogliendo il sale per poi ributtarlo in mare.

Motoi Yamamoto Cherry-setouchi-art-museum-installazione
Motoi Yamamoto Cherry-setouchi-art-museum-installazione

Anche l’installazione site specific “Sakura Shibefuru”, che ha richiesto circa 55 ore, quasi nove giorni di lavoro, verrà distrutta dall’artista insieme ai visitatori della mostra l’ultimo giorno del festival d’arte contemporanea, il 05 maggio.

I candidi petali di ciliegio troveranno nuovamente la via del mare e dell’acqua.

INCANTOerrante

Le stanze del paradiso. JAMIE SCOTT

Di Paola Casulli |

Nel 2012 Jamie Scott, film maker statunitense, creò un breve video, Fall, che riprendeva i colori dell’autunno a New York City.
Scelse, per quel lavoro, 15 luoghi di Central Park e li rivisitò due giorni a settimana per sei mesi, registrando con un uso sapiente di telecamere e obiettivi per creare quanta più coerenza nelle immagini.

Tutti gli scatti sono stati effettuati subito dopo l’alba.

Il filmato ebbe un successo strepitoso.

Questa volta il nuovo lavoro in time-lapse si intitola “Spring” e ha richiesto 3 anni di lavoro.

Nel suggestivo filmato, Jamie Scott, ha ripreso una carrellata di fiori diversi nel momento in cui si stavano per schiudere. 

The video is one long continuously moving shot featuring close
The video is one long continuously moving shot featuring close

Senza un inizio e una fine, “Spring” è un succedersi di petali colorati e corolle. 

Girato quasi interamente in un minuscolo set allestito nel guardaroba della casa newyorkese di Scott, il time-lapse ha dovuto tener conto della stagionalità, spesso rigida, delle fioriture.

The video is one long continuously moving shot featuring close
The video is one long continuously moving shot featuring close

Una parte del video, invece, è stata ripresa nelle aiuole di Central Park.

Il visual e le musiche di “Spring” sono stati creati in tandem con il compositore Jim Perkins.

La collaborazione di Jim Perkins con il regista Jamie Scott presenta una versione adattata di Bloom, dal suo secondo album, Constance arrangiato per integrarsi con questo bellissimo film time-lapse. Il film è stato proiettato ogni sera per un mese a Times Square nell’aprile 2018 come parte di Vimeo ‘Midnight Moment ed è stato presentato su National Geographic, The Huffington Post e BBC Newsnight

INCANTOerrante

IL LATO BASSO DEL QUADRATO

Di Paola Casulli |

Alla prima lettura del titolo, viene in mente l’Uomo vitruviano.

Il celeberrimo disegno di Leonardo da Vinci che rappresenta come il corpo umano, dalle proporzioni ideali, possa essere armoniosamente inscritto nelle due figure “perfette” del cerchio e del quadrato. E se il cerchio rappresenta il Cielo, la perfezione divina, il quadrato simboleggia l’universo creato, quell’elemento terrestre proprio di un mondo stabilizzato, congiunzione dei quattro punti cardinali, che altrimenti sarebbe informe e caotico.

Nell’intenzione di Giuseppe Vetromile,
Il lato basso di questa figura perfetta ospita l’uomo Poeta che,
da questa particolare angolazione, compie la sua indagine del quotidiano.

Ma se è vero che l’uomo iscritto nel quadrato, immagine di Dio, racchiude in sé le armonie dell’universo e diviene simbolo della corrispondenza tra le parti e il tutto, formando un insieme indivisibile, Vetromile arriva a scompaginare questa visione suggestiva e rassicurante intervenendo in considerazioni, che via via si dipanano nelle pagine del libro, che alla perfezione del Creato e delle forme esteriori dell’uomo non corrisponde la perfezione di un reale saldo e univoco. Nè risulta chiaro e privo di tensioni il vivere stesso dell’uomo, per sua stessa natura ambiguo e contraddittorio, in questo reale. La corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo sembra non realizzarsi, almeno in apparenza o a fronte di sforzi immani, per riequilibrare l’alterità, la differenza quantitativa e sostanziale che intercorre tra il visibile e l’invisibile.

“La parte bassa del quadrato è un lato sottilissimo/umile / inerte / e sta fermo dall’eternità della legge / a sorreggere le sorti della buona geometria.

“La parte bassa della vita è una sera che indugia a capoletto / senza mai più progredire in alba lucente / né ridiscendere più giù della notte stagnante.”

Da qui l’investimento simbolico che Vetromile compie nella sua percezione del reale. C’è una sorta di violenza del verso che è come latente, controllata nella compostezza dignitosa dello stile.
Verso rapido, sgombro da qualsiasi retorica ma quasi come fosse compresso anche esso tra i lati di questo quadrato, recitato nel titolo, che eregge i suoi lati come ci fosse un carpentiere operoso e instancabile che rende questo quadrato una figura minacciosa.
Il quadrato che si fa cubo, una stanza, innalzando pareti. Lo scenario è una quinta dove si annaspa e dalle cui pareti sorge il desiderio di proiettarsi più lontano, oltre l’orizzonte.

Ma ecco che anche lo spazio al di là di questo quadrato
è uno spazio claustrofobico, un “breve spazio di luce”,
“cunicolo tra una preghiera e un altro affanno”, “cerchio ambiguo”.

Uno spazio che registra, in modo anche diaristico quasi, affetti, impressioni, ricognizioni e bilanci personali osservando i fotogrammi del proprio passato, poesia dunque che lungi dal cadere nella trappola di una deriva intimista diviene perno per una condizione collettiva di analisi.

Forse questo avvicinamento alla prosa, questi momenti narrativi costituiscono il filo di Arianna per districarsi nel labirinto di cose, situazioni, ricordi, sentimenti, presagi, la cui realtà diviene però altro. Si rapprende in uno spazio /tempo anomalo, frammentato, dove sorge forte la necessità di articolare un canto che tracci in modo netto l’imperturbabile equidistanza tra le linee dominanti dello spazio e una dimensione quasi temporale dell’essere che si muove e agisce attraverso la memoria, lo scorrere del tempo, le diverse tracce autobiografiche sparse in tutto il libro, i luoghi attraverso i quali si tesse la vicenda personale che costituiscono il movente, forniscono l’occasione trasfigurata della sua Poesia.

Una poesia dove oltre lo spazio,
il tempo risulta essere il costante incrocio tra
il senso del caduco e l’anelito al respiro dell’eterno,
verso un Dio nascosto, il Dio di Cusana memoria. 

Infatti il motivo centrale della poesia di Vetromile si nutre tra l’altro, di una particolare religiosità. 

Questa accensione vitale in alcune pagine rischia di venire soffocato ma in altre riappare, manifestandosi in visioni imponenti che hanno il sapore del mito. (Sisifo, Prometeo). Ma il tempo, dicevo, qui è salvifico.

Si realizza nel tu di “mia cara”, tenero e affettuoso. Le energie che erano come trattenute in una gabbia, trovano modo di sprigionarsi.
Il verso allora si allarga o si contrae seguendo le diverse esigenze espressive ma anche dell’animo.

Il linguaggio, che si esprime in una prosa poetica, ben si accorda ad assorbire i contrasti e i contrari, addirittura a sostenerli, con effetti complessivi di efficace ruvidezza. Ruvidezza che si stempera lì dove il dialogo con la figura femminile da adito a un rischiaramento dell’animo. Nella presenza del Tu mia cara, una sorta di figura angelica alla maniera dantesca, questa misteriosa Beatrice sembra condurre il Poeta fuori dalla tenebre, o perlomeno tendergli una mano cosicché in un percorso affrontato insieme possano placarsi i contrasti e raggiungere una quieta armonia, o il semplice condividere le asprezze dell’esistenza, dando un senso all’esistenza stessa.

“Se passa un cammello nella cruna dell’ago / noi saremo dall’altra parte più facili ombre / disciolte nel panorama ambrato di Dio…”

“…saremo bravi a riprenderci la vita / senza più terra né qualsiasi bagaglio / inopportuno…”

E allora l’incanto dell’occasione diviene incanto di forma. Un parola che si fa lucente, esatta e fortemente incisa.
Che valica alla fine, fluida e fuggevole, lo spazio del quadrato che rivela avere i i confini sigillati.

La poesia di Vetromile parte sì dalla terra, dal basso lato del quadrato che altro non sono che i luoghi e l’esperienza, per espandersi talora fino all’urlo per far sì che il lettore possa dare ascolto a qualcosa di arcano che si materializza nelle figure potenti del Poeta.

“Da qui all’eternità non c’è che un sospiro trattenuto / all’infinito / Soprassediamo a questa brama di tempo mia cara / : lo squarcio del cielo mostra un appuntamento di stelle immote.”

Il lato basso del quadrato. Giuseppe Vetromile
Il lato basso del quadrato. Giuseppe Vetromile

Il lato basso del quadrato
di Giuseppe Vetromile
La Vita Felice, edizioni. 2017

Paola Casulli
INCANTOerrante

GIULIETTA MASINA, indimenticabile musa

Di Paola Casulli |

Gli inglesi la chiamarono “the female Chaplin”, la Charlot al femminile. 
E pare che lo stesso maestro del muto dicesse di lei “She’s the actress I admire the most”. “È l’attrice che ammiro di più”.
John Travolta decise di voler fare l’attore quando la vide recitare nel film “La Strada”. Il ruolo per cui lei divenne famosa e che permise al marito di vincere il primo Oscar nel 1957.

Lei è Giulietta Masina
in cui questo 2021 celebra i 100 anni dalla nascita
(22 febbraio 1921)

e il consorte è ovviamente Federico Fellini, il grande amore, l’unico, magnifico, irripetibile, e assoluto.
Almeno per lei che infatti rivestirà il ruolo di consorte devota, brava a incassare i tradimenti seriali.

Ma a parte le scappatelle e una storia matrimoniale tra passione e gelosie, sono stati insieme 50 anni tondi tondi.
Si incontrarono e si sposarono nel 1943, lui aveva 23 anni, lei 22.

Fellini se ne andrà a nozze d’oro compiute, il 31 ottobre 1993. 
Aveva sempre detto:
«Il nostro primo incontro io non me lo ricordo, perché in realtà io sono nato il giorno in cui ho visto Giulietta per la prima volta!»

Lei gli sopravvivrà solo 144 giorni e si farà seppellire con lo stesso vestito che indossava la sera degli Oscar al Dorothy Pavillon.

Giulietta Masina e Federico Fellini
Giulietta Masina e Federico Fellini

Giulietta Masina, negli anni del dopoguerra, quelli in cui il cinema italiano presentava attrici dalla recitazione forte e gridata e dalla fisicità prorompente e sensuale, da quella di Anna Magnani a Silvana Mangano, da quella di Gina Lollobrigida a Sofia Loren, era fisicamente minuta e delicata. Caratterizzata da un talento mai sfacciato, era  comunque una donna dal carattere forte, affascinante e complicato.

Il cinema italiano la ricorda tra le protagoniste assolute di un’epoca che traghetta Cinecittà da produzioni cinematografiche nazionali allo splendore internazionale.

Sicuramente una delle attrici più premiate della storia del cinema mondiale,
diretta dai maggiori registi italiani e stranieri.
Fra tutti ricordiamo Roberto Rossellini (Paisà, 1946);
Alberto Lattuada (Senza pietà, 1948) e
Luigi Comencini (Persiane chiuse, 1951).

Giulietta Masina
Giulietta Masina

Realizza una trentina di film, sette dei quali insieme a Fellini.
Il primo con il regista fu il ruolo della prostituta Cabiria nel “Lo sceicco bianco” (1952).
L’ultimo è stato “Ginger e Fred”del 1986, la storia di due anziani ex ballerini di tip-tap, al fianco del grande amico Marcello Mastroianni, in cui Masina tornò a lavorare con il marito a vent’anni dal clamore di “Giulietta degli spiriti”, girato invece fianco a fianco con una delle amanti storiche di Fellini, Sandra Milo.

Di tutti i personaggi che ha interpretato nella sua lunga carriera
il più emozionante rimane quello di Gelsomina in “La strada”.

La strada film con Giulietta Masina
La strada, film con Giulietta Masina che interpreta Gelsomina

Uomo di natura violenta, Zampanò (Anthony Quinn) si esibisce nelle piazze e nelle fiere di paese come mangiatore di fuoco. Da una povera contadina carica di figli compra per diecimila lire Gelsomina (Giulietta Masina), una ragazza ingenua e ignorante, per usarla come spalla nei suoi spettacoli. Gelsomina, creatura angelica e sensibile, tenta invano di fuggire da lui che la maltratta continuamente. Viaggiando per l’Italia, Gelsomina conosce il Matto (Richard Basehart), strana figura di equilibrista girovago mite e gentile che non perde occasione per deridere e umiliare Zampanò. Questi in un litigio involontariamente lo uccide. La tragedia fa uscire del tutto di senno Gelsomina, turbata giorno e notte dal ricordo del Matto. Zampanò allora l’abbandona, continuando la sua vita di vagabondo e temendo di essere scoperto e arrestato. Alcuni anni dopo scopre per caso che Gelsomina è morta e improvvisamente prende coscienza della sua solitudine, abbandonato da tutti piange su una spiaggia deserta.

Il film, che vinse il Premio Oscar nel 1957 come “Miglior film in lingua straniera”, venne presentato alla 15ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia dove subì aspre critiche dalla “sinistra”, perché accusato di aver abiurato il realismo e aperto alla favola e allo spiritualismo.

Durante la sera della premiazione a Venezia, la scelta della giuria di ignorare Senso e dare un premio a La strada scatenò una bagarre fra i sostenitori di Luchino Visconti, tra cui Franco Zeffirelli, e quelli di Fellini.

Vera e propria favola circense, cupa e tetra in bianco e nero; narrazione discreta e leggera, il lungometraggio è una lezione sulla redenzione di una coscienza dura, scettica e cinica che si piega alla purezza d’animo, alla semplicità e all’innocenza. 

E se Gelsomina è l’innocenza, il candore;
Zampanò è il bestiale nell’uomo,
il Matto è la rivelazione;
è la comicità e per assurdo colui che rivela
La strada che Gelsomina dovrà percorrere.

La strada, film di Federico Fellini del 1954
La strada, film di Federico Fellini del 1954 con Giulietta Masina che interpreta Gelsomina

«Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.»
«Quale?»
«Questo. Uno qualunque. Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.»
«E a cosa serve?»
«Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?»
«Chi?»
«Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo.»

INCANTOerrante

Blind date with book. Il libro celato

Di Paola Casulli |

Ero di ritorno a casa dalla città dove mi ero recata per lavoro.
Il viaggio prevedeva una coincidenza e per il prossimo treno c’era da attendere una mezz’ora buona.
La libreria è proprio a due passi, strabocca di carta scritta, di copertine ammiccanti, di pagine e pagine piene di storie….

Che fare? Mica si può restare fuori e perdersi tutte le ultime novità… giammai
Entro, trascinandomi dietro il mio trolley che immancabilmente si incaglia contro un’alta e slanciata scaffalatura appena dopo l’entrata.
La guardo come si guarda una persona che ti ha appena dato una gomitata nel fianco in metropolitana;
solo che “lei” non è un persona e si presenta addobbata da una serie di pacchetti in “red” con alcune frasi riportate sulla carta e uno spago grezzo a sigillarne il contenuto, misteriosamente.
Mi attrae ma non riesco a capire cosa possano essere tutti quei pacchettini dalle varie forme e mi allontano ruminando ipotesi e nutrendo un lieve disappunto che si ha per le cose che non si riescono a comprendere.

Qualche sera dopo, una di quelle cene con l’amica curiosa di tutto, amante di cinema, libri e arte.
L’amica ideale per trascorrere un paio di ore in cui l’emisfero destro si scatena con la creatività, ben oltre i pensieri abitudinari, ovvi e scontati.

Questa amica, tra un boccone e l’altro mi dice testualmente: “hai visto che figata ‘sta trovata qua?”
E incomincia a smanettare sul suo smartphone fino a che non trova su Pinterest pagine e pagine di un mondo di carte colorate, fiori secchi, timbri a fuoco e disegni.

Tutti decori per impacchettare libri che non si…. vedono!!

Blind-Date-With-a-Book
Blind-Date-With-a-Book

Ah, ma allora ci risiamo! Ecco scoperto l’arcano: erano libri quelli visti sugli scaffali in stazione!

Probabilmente tu, a differenza di me, hai già sentito parlare di appuntamenti al buio con i libri:

“Blind date with book”!
libri avvolti in carta colorata con poche parole chiave
o una recensione all’esterno
per indicare che tipo di sorpresa attende il lettore.

Blind date with book
Blind date with book

Sarà… ma perché mai incartare un libro che non posso vedere? I libri sono ricoperti di carta colorata che NON lasciano in alcun modo trapelare la copertina nascosta all’interno. Non si può sbirciare per vedere quale sarà la copertina del libro; non sai nulla dell’aspetto del libro e non hai modo di sfogliare le pagine per vedere se la storia nascosta da quella copertina sconosciuta è qualcosa che potrebbe piacerti. Insomma non hai idea di come sia il libro finché non lo acquisti.

Gli unici dettagli del libro che ottieni sono le parole descrittive sulla carta colorata che lo avvolge; questi dettagli sono vaghi e generalizzati e dovrebbero darti, in teoria, un’informazione pertinente per  descrivere il romanzo nascosto all’interno.

Oa, non lo so come la pensi, amante dei libri e lettore compulsivo come me, ma una cosa è certa. Forse può anche risultare un modo divertente per scoprire qualcosa di nuovo da leggere. Sicuramente ci troviamo fuori dalla nostra zona di comfort ma, proprio come molti appuntamenti al buio, le cose non sempre funzionano.

Quelle poche parole chiave potrebbero aver tralasciato qualcosa di importante per te come lettore e potresti inconsapevolmente scegliere un titolo che mai ameresti leggendo per esempio una recensione che non suscita il tuo interesse.

Ad un appuntamento al buio con un libro le apparenze non sono la prima cosa che puoi giudicare. Non sai quasi nulla dell’aspetto del libro, a parte il suo spessore e le sue dimensioni.

Insomma si manca il bersaglio: potrebbe essere qualcosa che hai già letto o che non è di tuo gusto.

blind-date-with-a-book
blind-date-with-a-book

Io sono una di quelle lettrici che sceglie per l’immagine di copertina, per il titolo o solo per aver letto la quarta di copertina. Ma so di molti che scelgono dopo averne sentito parlare, per aver letto una buona recensione, o perché l’amica divoratrice di libri  gliel’ha consigliato… cosa che è di per se ottima garanzia. Insomma qualunque cosa tranne che per il fatto di vederlo accuratamente incartato, contrassegnato con indizi intriganti che alludono al titolo misterioso all’interno. Diventa un oggetto grazioso, forse anche una piccola opera d’arte per la confezione e l’aspetto, ma non un libro!

Del resto la copertina la usiamo come strategia non solo con i libri ma anche per le  locandine di film, copertine di CD, brevi anteprime prima di un film, pubblicità, riviste. Nel caso di libri la copertina ci indirizza anche sul genere: mistero, romanticismo, classici, horror, avventura, fantascienza, storici.

Tuttavia la sua storia è intrigante.

L’appuntamento al buio con un libro
è iniziato in una notte fredda e piovosa
nella libreria di Elizabeth a Sydney, in Australia.

Blind-date-with-a-book
Blind-date-with-a-book

Uno dei membri del suo staff ha iniziato a scegliere libri che non erano sul radar delle persone ma che erano ottime letture. Sono stati quindi avvolti in carta marrone con alcuni indizi scritti sul davanti che alludevano al libro all’interno. È stato un successo sorprendente e immediato con i clienti.

I nuovi lettori hanno adorato la selezione curata di libri e il fatto che fossero confezionati in maniera deliziosa. Addirittura alcuni clienti se ne stavano per strada con gli amici a giocare a indovinelli letterari cercando di indovinare cosa ci fosse dentro il libro mentre bevevano il loro caffè e aspettavano un autobus.

Per gioco potrei anche io pensare di spendere 15/20 euro in un libro al buio. Potrei scoprire di trovare il libro della mia vita, proprio come in un appuntamento alla cieca con qualcuno mai visto prima in vita mia.

Blind date with book
Blind date with book

Ma attenzione ci sono sempre i pro e i contro. Acquistare un libro al buio è una buona opzione?
Scopritelo e lasciate qui, nei commenti, le vostre esperienze!

Bonne chance à tous mes amis lecteurs

@INCANTOerrante

Islanda. I cavalli del fuoco e del ghiaccio

Di Paola Casulli |

 

L’Islanda  è terra di cavalli in libertà.

Non sono affidabili i cavalli in libertà. L’estasi per loro non ha spazio. Non ha debolezza. Si inseguono, si toccano i musi a vicenda, scalciano, restano immobili e galoppano. Siamo dei reietti noi, affidabili e concreti. Senza verità, con l’unica salvezza di un rifiuto. Loro no. Sono come i giorni di fine estate in Islanda, frizzanti e trasparenti. Vigorosi come il fuoco su cui galoppano. Lo sanno, i cavalli d’Islanda, che i loro zoccoli sono forgiati nelle profondità di un cratere, sono radici di una terra aspra, sono acqua che zampilla. 

coppia di cavalli sulla riva del fiume
coppia di cavalli sulla riva del fiume

Li guardo a lungo. Li avvicino e li accarezzo. Sono mansueti. La mansuetudine della libertà mai negata. Il sogno di un pensiero primario che sa di oceano e chiese color pastello. Qui, loro vivono. In un paesaggio dove la nebbia è trafitta da vette color dell’ocra e le lunghe spiagge sono spartito del vento e dove, attraversarlo, è come entrare in uno specchio capovolto, senza successione di oscurità o, nel suo contrario, un’oscurità dominatrice.

Due cavalli in terra d'Islanda
Due cavalli in terra d’Islanda

È per questo che i cavalli d’Islanda hanno lo stesso bianco catturato ai brividi di una assenza, lo stesso nero di un segreto inviolato. 

cavallo bianco con fattoria. Islanda
cavallo bianco con fattoria. Islanda

 

Cavallo bianco in branco
Cavallo bianco in branco

 

Cavallino pezzato. Islanda
Cavallino pezzato. Islanda

 

Cavallo neri al galoppo
Cavallo neri al galoppo

 

Cavalli islandesi in libertà
Cavalli islandesi in libertà

 

Cavalli islandesi
Cavalli islandesi

 

Cavallo islandese
Cavallo islandese

 

Il cavallo islandese è di piccole dimensioni. A volte simili ai pony
Il cavallo islandese è di piccole dimensioni. A volte simili ai pony

 

Il cavallo islandese è l'unica razza indigena dell'Islanda
Il cavallo islandese è l’unica razza indigena dell’Islanda

 

 

testo e fotografia di Paola Casulli

@INCANTOerrante

 

I cavalli islandesi (Equus scandinavus) sono robusti, piuttosto piccoli, con una criniera lunghissima e molto folta.
Come altre razze mongole hanno cinque andature: fet, il passo, brokk, il trotto, stökk, il galoppo, skeið, l’ambio, e il tölt, la corsa leggera, tanto stabile da non essere quasi avvertita dal fantino.
Furono importati dalla Norvegia ed essendo l’unica razza sull’isola hanno mantenuto nei secoli la loro purezza.
Hanno un carattere mansueto e un fisico molto robusto, adatto al clima islandese e ai lavori pesanti.

 

8 Marzo. La lunga strada per i diritti

Di Paola Casulli |

 

La lotta è appena incominciata. E l’Argentina apre la strada.

 

Un anno doloroso, il 2020, per l’Argentina.

La grave crisi sociale ha attraversato il Paese come uno tsunami dopo che l’economia è crollata del 20% nel secondo trimestre dell’anno e l’inflazione, che accelera inarrestabile, si avvicina al 4% al mese.

La terza economia dell’America Latina è anche la dodicesima nella lista dei paesi con il maggior numero di casi di Covid-19.
I casi di contagio superano i 350.000 e le morti si avvicinano a 7.500 

Eppure un risultato felice, raggiunto dopo anni di lotta femminista, ha traghettato il paese nel 2021 portando con se una grande vittoria: il diritto di abortire in modo legale, sicuro e gratuito e dire stop alle migliaia di interruzioni clandestine, effettuate in costose cliniche private per le donne appartenenti ai ceti medio alti, ma in strutture che non rispettano le norme di sicurezza mettendo a repentaglio la salute delle donne povere, precarie nere, indigene, andine e afrodiscendenti che sono sottoposte anche ad altre violenze come la sterilizzazione forzata.

Women in Argentina calls for legalization of abortion
A woman paints her face green during a rally to demand the legalization of abortion, in Buenos Aires, Argentina, 19 February 2020. EPA/ENRIQUE GARCIA MEDINA

Il movimento che si è battuto per questa legge
– la Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito –
è nato 15 anni fa per affiancare le femministe nella battaglia per la legalizzazione dell’aborto.

Le attiviste che ne fanno parte indossano i pañuelos, i fazzoletti.

Richiamano quello bianco che portano le madri e le nonne di Plaza de Mayo, i movimenti che dal 1977 lottano per i desaparecidos della dittatura argentina e per identificare i tanti bambini nati durante quegli anni.
Sottratti appena nati alle centinaia di donne incinte, appartenenti alla resistenza al regime, che erano state imprigionate e tenute in vita fino al parto. Poi, i loro figli venivano consegnati a famiglie di militari o persone vicine al regime che non riuscivano ad averne mentre loro venivano uccise, così come erano già stati ammazzati i loro compagni.

Argentina-aborto-marea-verde
Argentina-aborto-marea-verde

Il colore verde, invece, è simbolo di lotta
ma anche legato alla speranza e alla salute.
Il verde che sovrasta l’azzurro degli antiabortisti.

E sul popolo azzurro di Mauricio Macri e contro lo slogan antiabortista «Salvemos las dos vidas», ha avuto la meglio la marea verde.

Dopo aver ottenuto l’approvazione alla camera dei Deputati, il Senato ha approvato in via definitiva la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. 

L’aborto è legale fino alla quattordicesima settimana di gravidanza. 

Le minori di 13 anni potranno abortire con l’approvazione di almeno uno dei loro genitori o un rappresentante legale, mentre le donne di età compresa tra 13 e 16 anni avranno bisogno dell’autorizzazione solo se la procedura compromette la loro salute; dai 16 anni in poi la decisione spetta unicamente alla donna.  

Questa è la seconda volta nella storia che un progetto per legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza è stato discusso al Congresso argentino, dopo che nel 2018 un testo simile era stato approvato solo dalla Camera.

La stessa Cristina Kirchner, presidente dal 2007 al 2015 e dal 19 dicembre 2019 vicepresidente dell’Argentina, pur nutrendo idee progressiste, schiacciata dal peso del fronte conservatore e dalle influenze della Chiesa, contrari a una liberalizzazione, non era riuscita a infrangere quello che considerava un vero tabù. 

Così come è stato impossibile sotto la Presidenza del conservatore Mauricio Macri.

Mentre l’Argentina di Alberto Ángel Fernández diventa, dal 29 dicembre 2020, uno dei pochissimi Paesi dell’America Latina dove è permessa l’interruzione volontaria di gravidanza (IVE nella sigla in spagnolo). 

“Non è un tema morale o religioso”, ma di salute pubblica, aveva detto Alberto Fernandez durante la campagna elettorale. 

Argentina, aborto. Ragazze piangono di gioia per la vittoria riportata
Argentina, aborto. Ragazze piangono di gioia per la vittoria riportata

Con la nuova legge, l’Argentina spicca in testa alla piccola lista dei Paesi dell’America Latina che consentono alle donne di decidere sul loro corpo e sul desiderio di essere o meno madri. Lo hanno già fatto Uruguay, Cuba, Guyana e lo Stato di Città del Messico. Negli altri restano restrizioni e condizioni. 

In alcuni, come il Nicaragua, Repubblica Dominicana e Salvador
è vietato in ogni caso
e il semplice sospetto di aver interrotto volontariamente una gravidanza
è punito con una condanna fino a 30 anni di carcere.

Ci sono decine di donne, spesso ragazzine, in galera perché hanno abortito dopo essere state violentate da qualche parente.

Una ventata di speranza dunque, questa vittoria argentina, per quelle città latino americane dove bambine e adolescenti sono ancora obbligate a portare avanti la gravidanza e a partorire, e che ancora muoiono nell’indifferenza della chiesa, governi poco liberali e politiche conservatrici. 

INCANTOerrante

IL CRATERE E LA CONCHIGLIA

Di Paola Casulli| 

Il cratere spento e una conchiglia aperta, perfetta. 

Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta
Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta

Era questo che vedevano i miei occhi.

Hverfjall (o Hverfell) è un piccolo cratere in tefra* nell’Islanda settentrionale.
È tutto ciò che resta di un antico vulcano ormai estinto.
Si trova vicinissimo al Lago Mývatn,
a pochi km dalla città di Akureyri.

Guardo questo cratere. Sono come ipnotizzata

Voglio impossessarmi di questo grigio. Questo urlo spalancato di terra gelida.
Ma la follia di un ragionamento non può.
Allora provo con qualcosa che è altro, alieno a me stessa.

Resto muta nello spazio e percorro il cratere, una manciata di km sospesa sul ciglio di una immensa conchiglia.

Non la vedete anche voi?  Essa cela la perla.

Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta
Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta

Voluttuosa e madreperlacea. Consistente e detritica, a trasformare un tempo immateriale in un adesso siderale.

C’è stato un tempo in cui questo è accaduto. Ma prima, in un futuro lontano, o dovrei dire in un passato se fossi rimasta qui, pulsante di eterni. Prima, dunque, era tutta un’attesa, un magma topazio, poi diventato oceano zaffiro. Poi un soffio freddo. Gelido.
A spegnere ogni cosa e misura.

Se ciò accadesse fuori dal corpo farebbe scintille e fuoco.
E lava.
Ma così è accaduto anche dentro,
con una storia di tuono e un’intimità
che ha conficcato nel mondo il vuoto disabitato che è ora.

I tratti sottili delle sue venature, svelano oscurità segrete e poi si fanno curvi e pieni di istanti.
Rotondi quasi ma fino ad un certo punto, quasi volessero restare interrotti per accogliere un tempo primario, quel tempo che è dove mi faccio piccola piccola, cammino sull’orlo del crinale fino al mio Io, nucleo terreno e nevralgico che vorrei prendere con le mani e depositare laggiù, affinché possa addormentarsi senza più alcuna domanda.

Senza più alcuno spazio, intersezioni dove depositare le nostre derive.
Addormentata, raggomitolata, obbligata all’umiltà di ciò che è stabilito.
Nell’armonia segreta dell’energia che ha perso la forza ma solo apparente e resta in una metamorfosi a venire.

Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta
Hverfjall, il Cratere dalla Forma Perfetta

Intanto che io cammino e percorro il mio cerchio, il mio eterno andare e venire, sta tramontando il sole, questo sole che ancora quasi non può tramontare o mai vuole tramontare, e il suo splendore lacerato sul crinale mi abbaglia.
E poi pioviggina.

Ancora in un intrico di echi secchi e freddi. Non c’è la ruota del tempo.
Tutto è immobile e terra infeconda. In parte, nuova Era di metallo che luccica.

Ora è silenzio e io vorrei una voce levarsi da quel centro.
Un’epifania selvaggia a dirmi che non sono sola.
Di spalle alla stupefacente meraviglia che scorre, senza che io me ne avveda.
Non ci sono fiori, non uno stelo, non ci sono foglie o radici a dirmi di altri mondi, solo un’ombra che si apre e si richiude come una conchiglia per troppo tempo in fondo al mare a cercare una qualche approvazione del suo moto perenne.

Viaggio in Islanda, terra di miti e leggende
Viaggio in Islanda, terra di miti e leggende

Non si può comprendere un significato recondito solo con lo sguardo.
Non puoi afferrare ciò che non si può descrivere o pronunciare.

Tutto quello che è iniziato è iniziato sotto il tempo di un ordine soggiacente. 

Questa è la vita vista con la vista, ma quella vista con il dominio dell’essere è sacra e volatile e resta tra me e me come se fossi solida, fatta di trasfigurazione senza passato. Presente e futuro.
Occulta la mia vera forma, offuscata dal vento che lascia accadere le cose in una necessità di rinuncia.

INCANTOerrante

Tefra = materiale solido vulcanico quale ceneri, sabbia, lapilli, blocchi, bombe vulcaniche emesso durante un’eruzione esplosiva.

Geniale, eco e a fin di bene

Di IncantoErrante |

30.000 origami installati e 101.625 euro di incasso.

Queste sono le cifre che il designer Charles Kaisin ha realizzato nel giungo 2020 grazie al progetto Origami for Life, creato in collaborazione con il centro Kanal-Pompidou di Bruxelles.

L’impressionante installazione, che si trovava nella Galerie du Roi, a Bruxelles, era composta da migliaia di origami colorati a forma di colomba realizzati durante il primo lockdown da cittadini che si sono offerti per aiutare Kaisin.

Architetto e designer di 40 anni, creativo e di talento,
Charles Kaisin è anche artista versatile ed eccentrico.

Charles Kaisin
Charles Kaisin

Classe 1972, Charles si diploma in architettura (Istituto Saint-Luc di Bruxelles) e studia design al Royal College of Art di Londra sotto la guida di Ron Arad. Collabora con marchi come Hermès, Cartier, Rolls-Royce, Delvaux, e tanti altri.
È anche docente alla Saint-Luc, scuola di architettura di Bruxelles, dove gestisce il corso di Master in Design. 

Prima della pandemia Kaisin organizzava “Cene surrealiste”

Cene surrealiste di Charles Kaisin
Cene surrealiste di Charles Kaisin

Scenografici banchetti che coniugavano buon cibo a spettacoli bizzarri, folli ed esagerati.
Agnelli che pascolano in mezzo agli invitati, pavoni che fanno la ruota e maialini al guinzaglio di meravigliose ballerine burlesque. Il tutto ambientato in una stazione della metropolitana a Bruxelles o in una scuderia con i cavalli, a Chantilly, ma anche in una chiesa sconsacrata a New York, in un garage a Hong Kong, nel Casino di Montecarlo.

Serate per miliardari in vena di stravaganze. 

Distanti anni luce anche solo dalla nostra immaginazione che forse non arriva neanche a pensare che certe cose accadano davvero…

Ora che risulta impossibile organizzare ogni sorta di evento, il geniale artista non è stato certo con le mani in mano si è dedicato a un progetto degno di attenzione perché ha fini sociali ed è proprio nato per far fronte all’emergenza Covid-19

e qui… chapeau! L’apprezzamento e l’ammirazione arrivano a braccetto.

Il progetto, ribattezzato sempre con il nome OrigamiforLife.fr

sarà visibile a Parigi presso il Palais de Tokyo ed è il secondo evento dopo quello di Bruxelles proposto nella capitale belga la primavera scorsa.

Si tratta di un progetto a partecipazione attiva che coinvolge tutti coloro che hanno realizzato e inviato origami a forma di colomba.

Per ogni origami ricevuto è stato versato 1 euro dalla Fondation ENGIE alla Samusocial, per aiutare le persone in difficoltà durante questa terribile crisi sanitaria che stiamo vivendo.

Ora, le migliaia di colombe colorate sono state “fuse” in un’installazione fantasiosa e sorprendente.

I fogli di carta colorati e piegati a forma di uccello
formano una gigantesca foresta pensile
sotto la quale il pubblico sarà invitato a camminare. 

Charles Kaisin tra i suoi origami
Charles Kaisin tra i suoi origami

E dunque chi, come me, non ha fatto in tempo a partecipare inviando la sua colomba, potrà sempre ammirare, quando il Palais de Tokyo riaprirà, la coinvolgente opera d’arte facendosi avvolgere dal significato profondo che l’albero trasmette: amore e protezione. E mai come in questo momento così difficile in cui ci sentiamo tanto vulnerabili, questi sentimenti dovrebbero camminare con noi.

@IncantoErrante

Un’intervista rilasciata dallo stesso Kaisin per comprendere di più il personaggio: https://magazine.salonemilano.it/people/charles-kaisin

Sul sito del designer si trovano infatti le istruzioni che illustrano passo passo come costruire gli origami a forma di colomba (Origami For Life — Charles Kaisin). Chissà, magari dopo Bruxelles e Parigi, toccherà ad un’altra grande capitale europea ospitare OrigamiforLife … e noi ci saremo a dare il volo alla nostra colomba colorata