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Paola Casulli, “la poesia è un’identità mobile in una storia di continuità”

«Ci sono mattini / di pioggia come tamburi / e boschi di periferia sono vangeli d’erba / piegati dalle cime di spesse pareti. / Nell’angolo destro del buio restiamo noi / a scavare piccole buche per i dolori perduti / nell’eco del principio». Versi scelti da “Sartie, lune e altri bastimenti”, folgorante libro di Paola Casulli, edito da “La Vita Felice”. «Benefico calore come quello del sole settembrino, avvolgente i sentimenti più profondi», introduce Salvatore Contessini. Di verso in verso, come annusando pagine di caprifoglio, la sorpresa splende e si distende tra cromie luminose, celestiali ritorni, notti striate d’azzurro, fosforo salmastro, brume nostalgiche, nuvole, trasparenze, odori di vigilie, presepi di alberi e cieli. La Casulli sembra trasumanarsi nell’intensità della contemplazione. Elevarsi, oltre i limiti dell’umana natura, per planare dolcemente sull’essenza dell’essere, eterna, immutabile, compiuta «nell’imperfetta bellezza delle cose / familiari».

Qual è il ricordo (o un aneddoto) legato alla tua prima poesia?

Indossavo sempre un cappottino indaco, lungo fino alle caviglie. Era la mia fissazione. La mia protezione contro il mondo. Avevo 14 anni e un giradischi dove facevo riavvolgere compulsivamente – “A Zigo zago c’era un mago con la barba blu. Sul grande lago navigava con la sua tribù” – . Diventai poeta la sera che morì uno dei miei cardellini, colpito ad un’ala dalla mia gatta, miNù. Il mio colore preferito era il verde smeraldo e rivestivo i libri con carte di questo colore. Leggevo, di nascosto dai miei genitori che volevano facessi i compiti piuttosto che sognare ad occhi aperti, Madame Bovary, i racconti dell’orrore di Edgar Allan Poe, Shelley e Keats. Nessuno mi aveva mai spiegato cosa fosse la poesia né avevo mai pensato che io potessi scriverla, un giorno. Ma quella sera, la sera che indossai il mio cappottino indaco sopra il pigiama e corsi sotto la pioggia portando dal veterinario il mio cardellino ferito, a terra nella gabbietta, la mia adolescenza si trasformò in versi. Il cardellino morì. E anche la sua compagna, per il dolore e l’assenza. I miei genitori erano abbastanza ignari delle mie acute sofferenze e anche dei miei sogni possibili, ammesso che a quell’epoca ne avessi qualcuno. Non è una cosa che ricordo. Li ho sempre considerati un lusso. Ricordo la velocità, la precisione, la determinazione della mia genesi poetica. Non aveva colori pastello, la mia prima poesia. Era abbastanza oscura e cupa ma questo mi dava un certo sollievo. Sembrava essere germinata dalla libertà morale di chi sperimenta, molto giovane sulla propria pelle, la morte e l’abbandono. Qualche anno più tardi, la morte di mia nonna mi diede l’esatta cognizione del mio primo postulato. Siamo liberi nel momento in cui la morte ci sonnecchia vicino e noi trasformiamo in poesia il dono di un cuore nuovo da un donatore di grande prestigio: il tempo. E passare dalla morte di un cardellino alla perdita di un essere umano lungamente amato, segnò l’apoteosi del mio scrivere. Forse uno psicologo mi avrebbe detto – benvenuta nell’età adulta -, ma io questo lo ignoravo. Ciò che sapevo era che la poesia mi apparteneva e io appartenevo a lei. Non era brutta, la mia prima scrittura poetica, anzi. Era piena di domande ad un dio nascosto e che sconosciuto lo sarebbe rimasto negli anni a venire. Avrei voluto trattenerne qualcuna di quelle domande di ieri per le risposte di oggi. Ma, in questo presente che mi dimora, ho solo la poesia come scadenza, come tempo che ancora non mi basta fino in fondo.

Quale (e per quali ragioni) poeta e relativi i versi che non dovremmo mai dimenticare?

Being but men, we walked into the trees
Afraid, letting our syllables be soft
For fear of walking the rooks,
For fear of coming
Noiselessly into a world of wings and cries.

If we were children we might climb,
Cath the rooks sleeping, and break no twig,
And, after the soft ascent,
Thrust out our heads above the branches
To wonder at the unfailing stars.
Out of confusion, as the way is,
And the wonder that man know,
Out of the chaos would come bliss.

That then, is loveliness, we said,
Children in wonder watching the stars,
Is the aim and the end.

Being but men, we walked into the trees

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi
Spauriti, pronunciando sillabe sommesse
Per timore di svegliare le cornacchie,
Per timore di entrare
Senza rumore in un mondo di ali e di stridi.

Se fossimo bambini potremmo arrampicarci,
Catturare nel sonno le cornacchie, senza spezzare un
rametto,

E, dopo l’agile ascesa,
Cacciare la testa al disopra dei rami
Per ammirare stupiti le immancabile stelle.

Dalla confusione, come al solito,
E dallo stupore che l’uomo conosce,
Dal caos verrebbe la beatitudine.

Questa, dunque, è leggiadria, dicevamo,
Bambini che osservano con stupore le stelle,
È lo scopo e la conclusione.

Non essendo che uomini, camminavamo tra gli alberi.

Un testo questo, di Dylan Thomas, scoperto in una lettura dei miei trent’anni. Un libro che ha più sottolineature che righi, e che ho riposto su uno scaffale lasciato deliberatamente vuoto della mia libreria. Dove non c’è altro, se non lui, con la sua ingombrante lezione di vita. Unico peso, la sua poesia carica di tensione etica ed emotiva. La caducità espressa nelle cose degli uomini non è e mai sarà esente dall’innocenza. Anche quando questa è solo immaginata o quando inesorabilmente dobbiamo risvegliarci da un sogno. La finitezza delle cose, le paure del presente, lo sconvolgimento dell’anima, tutto conserva miracolosamente intatto l’incanto di una purezza senza contaminazione alcuna. Un insegnamento che non dovremmo mai dimenticare.

Riporteresti una poesia o uno stralcio di testo (altrui) nel quale all’occorrenza ami rifugiarti?

Ma il segreto è solo resistere
attraverso tutte le apparenze; ed è quello che facciamo,
e certo, lo so che sei tu;
ed è quello a cui arriveremo, prima
o poi, quando sarà ancora più buio
di così, quando la neve sarà più fredda,
quando sarà più buio e più freddo
e le candele ci saranno inutili
e la visibilità sarà zero: Sì.
Sei sempre tu. Sei sempre tu.

Tratto da “I mutaforma d’inverno” – Margaret Atwood

Sono nata su un’isola. Se c’è qualcuno che ha sperimentato la perdita di confini ancor prima di qualsiasi appiglio, questo qualcuno sono io. A 15 giorni viaggiavo già per mare, tra le braccia sicure di mia madre, durante una tempesta mai vista al largo delle coste campane. E ho continuato a viaggiare fino ad oggi. Non ho ancora smesso. Ciò che ho ereditato è un’inquietudine, fastidiosa per le chiacchiere da salotto, ma utile per restare sospesa quando le cose si mettono male. Ciò di cui ho bisogno è la percezione del tempo, di un tempo che annoti, trattenendo al di là le tenebre dell’indicibile, il senso di una pace che discenda dalle parole. Il conforto per “quando sarà ancora più buio”. Questa prospettiva mi da un fondo di ansia e di paura a cui attingere per la mia scrittura, e ciò è cosa buona. Nello stesso tempo mi fa rimbalzare tra un senso di potenza e di forza, e anche queste sono attitudini utili se usate per la sopravvivenza. Questa poesia, questi versi, mi danno l’esatta cognizione della resistenza. Del farcela sempre, oltre l’aspetto ruvido delle cose, Quando non si può scegliere se restare o fuggire, fino al momento del “Sei sempre tu”…

Qual è la tua ‘attuale’ spiegazione/definizione di poesia?

Difficile dare una definizione. Si rischia una teorizzazione che guarda alla poesia, insieme dell’Io poetico e del poetabile, solo come all’oggetto concreto, fisico, tralasciando la lettura simbolica, atemporale dei dati della realtà.
Esiste, infatti, un Io poetico che, per sua natura irripetibile e universale, si propone immodificato nei secoli e che non può essere definito se non come una sorta di demiurgo, un artefice sommo, scevro dai condizionamenti temporali. Un’Io misterioso, orfico, dal cui esoterismo, che coincide con l’origine mitica del linguaggio, si dipana la parola originaria.
Dall’interno di questa visione, di questo universo carico di pulsioni primigenie e ancestrali ricondotte a incontaminata purezza, avviene l’epifania, l’evento rivelazione del poetabile, spazio poetico che, dalla forma aurorale delle conoscenza, approda al quotidiano. Ne diventa parte essenziale, ne indaga i dettagli, le forme, richiama alla memoria in una libera e liberata effusione di soggettività nei vari contesti di appartenenza.
Se il primo, l’Io poetico, appartiene alla sfera del metafisico e del sublime, il secondo, il poetabile, agisce in un orizzonte che è quello dell’esperienza individuale nella quotidianità dell’esistenza. È rivelatore di eros, pulsione, morbosità, enigma, sofferenza, intimità, abisso, e tutte le altre saturazioni del dicibile con le proprie tensioni.
Se dunque una sorta di definizione è possibile, essa perimetra, comunque non senza pericoli di asfissia anche in questo caso, solo ciò che è poetica, concetto che esprime la sua natura estetica. Cioè come un autore o una scuola, un movimento poetico, elabora il suo poetabile. La poetica è insomma lo strumento che incapsula in una struttura, in una barriera della forma, ciò che è astrazione e allusività. Ancorandole ad un tracciato più nitido, contaminato da aspetti sociologici, storici e anche, perché no, economici.
Dunque non definirei il suo lirismo ma solo la sua retorica, non la forza del suo mondo sensoriale, lo spessore del suo corpo poetabile, delle sue oscure e sotterranee pulsioni ma la loro pronuncia, la modalità di espressione, e di come essa si struttura tecnicamente nel contesto in cui appare. Insomma è il canone, la convenzione, ad essere definito, l’insieme delle regole linguistiche, metriche, sintattiche, in una pluralità di lingue e di registri. Ed ecco che la definizione di poesia come poetica la si può spiegare come ermetica, simbolista, crepuscolare, naturalistica, etc.. La definizione attiene al suo involucro non al suo nucleo, perché spiegare il nucleo significherebbe spiegare l’uomo, il Poeta. E non sarei in grado di impostare con lucidità un argomento così vasto senza incorrere nel turbine delle mie stesse emozioni. Ci tengo a precisare che la mia difficoltà di proporre etichette o tradizioni vincolanti, non reclude la poesia nel relativismo, nella transitorietà pura. Il mio è un tentativo di salvaguardarla da quei tecnicismi, sperimentazioni e dalla sua pura funzione linguistica che secondo me allontana dalla suggestione. E non garantisce l’ascolto intimistico cui la pagina poetica inclina. Più che al lettore e al poeta, la definizione appartiene al critico. Imporre al lettore un abito mentale fatto di dettagli estetici rischia un’interruzione del circuito autore-lettore nel fluire diretto dall’io poetico al poetabile.
E la poesia è imprevedibilità, è seduzione. “È sempre guerra”, come scrive Mandel’štam. “Non c’è pace o armistizio”. “Il discorso poetico non è mai sufficientemente pacificato; vi si scoprono sempre antichi dissidi”. È un’identità mobile in una storia di continuità. Ecco, alla fine la definizione me l’hai estorta…(rido)

Quando una poesia può dirsi compiuta?

Quando ha musica, seduzione, magia. “La musica prima di tutto”. Lo scriveva Verlaine e a ragion veduta. Una poesia è compiuta quando si fa spartito, quando la musicalità dei versi irrompe nell’animo umano, stregandolo. È un accedere al mondo immaginifico delle metafore e dei simboli che si fanno acustica. “Il poeta non è solo il musico”, scriveva Mandel’štam a proposito del poeta simbolista ma che io estendo al poeta tout-court; “è anche lo Stradivari, è cioè un grande liutaio, attento al calcolo delle proporzioni della cassa armonica, della psiche dell’ascoltatore”. Non un’astratta estetica della parola dunque, ma uno schioccare di versi che come note risuonino nelle orecchie di interlocutori privilegiati, di coloro che riconoscano la pienezza dei suoni, e seduca tutti gli altri uomini, quelli reticenti, quelli che considerano la poesia un folclore transitorio, una stella mutevole, un ponte senza alcun paesaggio, una zolla corrugata. Perché il poeta è un “rabbi che accorcia le distanze”. Sempre e dovunque ci saranno uomini affascinati irrimediabilmente da Lei. La seduzione. La poesia è compiuta quando ricamando sulle nostre colpe agisce nel nostro buio più profondo, senza indicazioni, senza direzioni prestabilite. Quando ha in sé una connotazione di tenebra e la sua genesi è un atto di creazione rivale. Opporsi alla conoscenza del mondo consapevole e scavare “au fond du gouffre”, è il suo processo naturale. La magia. La poesia è compiuta quando è negromantica. La magia che opera sulla morte e riconquista l’Eden, metafora dello stato incontaminato dell’origine. Quando il valore assoluto della sua parola, che ha matrice tribale di metafore e simboli, trascina il lettore in una dimensione sciamanica. Un forma di percezione connessa con la condizione di tutto il corpo, il punto più vicino cui si possa giungere nella conoscenza immediata di se stessi.

La poesia necessita più di ascolto o di essere ascoltata?

Ascolto. – Perché? – Mi chiederai tu, e io ti risponderò ancora: – ascolto -…

Oggigiorno, qual è (ammesso ne abbia uno) l’incarico della poesia?

Togliere i chiodi dalle croci dei cristiani, intesi, come spiegherebbe mio padre nel suo dialetto pugliese, di uomini tutti. Dare sollievo, farsi squisitamente onirica per i momenti di immaginazione, farsi cardine per uno sguardo più indulgente della vita nelle nostre esistenze. Farsi terra ricoperta di soffice neve per accogliere le impronte del nostro passaggio sulla terra.

La parola poetica per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Assolutamente si. Una poesia che non si adatti al periodo storico in cui si produce sarebbe sclerotica, priva di identità. Deve, per suo compito e intento, ritrarre la complessità della sensibilità contemporanea, perché chi leggerà dopo di noi abbia un’esatta sintesi del patrimonio culturale di quello che è stato il nostro tempo. Certo non deve piegarsi al tempo breve dell’immediatezza o della moda, ma essere il tempo lungo della dimensione di un’epoca. Tracciare una mappa, insomma, non solo dell’atto poetico per sua natura individuale, ma rispondere alla sua natura anche sociale. Per essere persuasiva deve unificare la molteplicità di modi e di forme individuali alla verbosità di una intera società, senza mai essere meccanica o obbligata certo, ma concertare in maniera fluida, l’interazione di piani percettivi eterogenei.

Qual è stato, ad oggi, il più grande insegnamento ricevuto in dono dalla poesia?

Come dicevo sono sempre in viaggio. La poesia scandisce il tempo dei miei pensieri. Del mio andare e tornare. Il tempo metrico è funzionale al tempo della mia esistenza. Percepisco ciò che vivo da ciò che scrivo. La poesia è la base solida delle mie utopie. Sono una vagabonda per vocazione, tendo ad allontanarmi troppo spesso da me stessa e dal mondo. La poesia mi fa dono di sé come sfida all’entropia dissipativa del mio essere sempre altrove.

Per concludere, ti invito a scegliere tre poesie dal tuo nuovo libro per salutare i nostri lettori.

Sapevamo di essere nella stessa vita
a bassa voce
come crocifissi appesi al muro
quasi dispiaciuti, volgendo lo sguardo
altrove.
Così mai più visti.
Colti da quella strana euforia del dolore.
A dirci mille volte preghiere. A farci dei
vestiti addosso bianchi fiori. Compiuti
nell’imperfetta bellezza delle cose
familiari. Un rapimento la vasta luce diamante
che pare sangue di un nuovo toccare.

Tu sai
come baciarmi dentro
mordermi dalle costole le ali che fanno male.
Voglio strade che dormono vuote
mentre io resto insonne
a chiedermi se godi o tremi
lontano dalla mia notte.
Il mio corpo disabitato gocciola resina,
ho fiori sulla fronte e brina
e mille pianure che cantano di te.

E poi è di nuovo sabato.
Le nostre scapole ricordano i punti oscuri,
quel modo arbitrario di essere felici e tuttavia
è così poco lungimirante il tuo viso quando sorridi
e fai brillare gli occhi in quell’angolo del letto
dove fiorisce l’oleandro.
Adesso tu che siedi come chi siede sotto un albero
a chiedermi un ritratto.
Io non faccio domande.
Sei così bello
è meglio che io non veda
è meglio che io non veda niente.

(la versione ridotta di questa intervista a cura di Grazia Calanna, è apparsa sul quotidiano LA SICILIA del 06.10.2019, pagina Cultura, rubrica “Ridenti e Fuggitivi”).

Pyramiden la città che non muore mai

“Gjelder hele Svalbard” recita in norvegese uno dei due cartelli stradali posto lungo l’ Adventfjorden. L’altro si trova poco dopo il porto, sulla strada per l’aeroporto. Entrambi indicano la presenza di orsi “su tutto il territorio delle Svalbard” e il punto fino a dove ci si può spingere da soli.

Si, perché le Svalbard, il magnifico arcipelago dove la potenza degli elementi primordiali incarnano il sogno degli ultimi avventurieri, è un luogo inospitale, remoto e incontaminato.

Magico e Surreale

Questa terra ai confini del mondo, tra i 74° e gli 81° di latitudine Nord, fra il Mare di Barents e il Mar di Norvegia, ha conquistato anche me.

 

“E non solo per i suoi maestosi ghiacciai, i picchi spettacolari ricoperti di neve, gli iceberg giganteschi, loscurità delle lunghe notti artiche e la luce perenne dellestate. È soprattutto il suo mare ad esercitare su di me la suggestione più potente. Lartico è nero. Un mare dove il vento è nuovo e batte i ghiacciai di una morte azzurra. È il richiamo, è loceano scuro che perdona la mia, di oscurità. Ha un odore inebriante, un silenzio da luna piena. È maschile per eccellenza. Ho navigato per una giornata intera sulle sue onde maestose e i miei ricordi, le mie ferite, tutto è caduto in quellabisso che non mi faceva paura. Non mi provocava malessere. Solo una vaga tristezza, di quella che vedi attraverso la memoria gli istanti passati. Poiché lartico non inizia e non finisce. Ha una profondità di sogni e di alghe flessuose dove balene primitive nuotano nei pascoli liquidi di trasognate certezze. È improvviso lArtico, e fatale. Un oceano dinosauro, dove sei allerta e sospeso, e cessi di esistere nel respiro antico del tutto fu creato da un dio”.

 

Pyramiden - Svalbard
Pyramiden – Svalbard

 

43 nazionalità suddivise fra 2.500 abitanti


Danesi, francesi, canadesi, australiani, giapponesi, indiani, belgi e anche tu, se lo vuoi, puoi diventare cittadino legittimo senza necessità di visto e avviare attività commerciali sull’arcipelago.

 

Bizzarra libertà in un luogo dove però è vietato nascere e morire.

Si, perché non si può venire seppelliti a causa del permafrost che conserva perfettamente i corpi che quindi non marciscono e preserva i virus con il pericolo di contagi e epidemie. Per cui i defunti vengono tutti trasferiti su terra ferma e da lì fanno ritorno al proprio Paese di origine.

Ma, come il mondo incomincia sempre di più ad essere accessibile, la gente sta esplorando ogni angolo del pianeta. Questo è anche il caso delle terre selvagge dell’Artico.

Bisogna affrettarsi se si vogliono visitare le Svalbard ancora autentiche, senza la massa di turisti che invade ogni cosa, che ti spunta ad ogni angolo con le assurde fotografie, che scalpitano e urlano.

Leggendo un articolo locale ho appreso, non senza un brivido di disapprovazione, che la Arctic Travel Company Grumant ha annunciato che il numero di persone che stanno lavorando in attività relative al turismo ha avuto un incremento del 100% rispetto al circa 20% di quando la compagnia ha iniziato a operare nel 2016! Ciascun anno la compagnia ha incrementato nuove offerte di turismo soprattutto intorno a Longyearbyen, il portale d’ingresso al magico mondo subpolare delle Svalbard.

È proprio a Longyearbyen, sull’isola di Spitsbergen, la più grande dell’arcipelago artico norvegese delle Svalbard, che atterriamo dopo un volo di circa tre ore da Oslo

La mattinata è ventosa e gelida. Prendiamo alloggio presso il Mary-Ann’s Polarrigg, una manciata di stanze in legno chiaro con coperte di pelliccia e una grande sala vetrata dove guardare la luce del giorno spegnersi lentamente, sonnecchiando su ampie poltrone di pelle.

Certo non si può definire Longyearbyen affascinante, dal momento che in tutto il centro urbano è un susseguirsi di edifici industriali e dappertutto giacciono i detriti abbandonati dell’attività mineraria. Infatti anche se nei secoli passati la zona era frequentata dai balenieri,

Longyearbyen fu fondata all’inizio del XX secolo come centro minerario da John Munro Longyear

un americano che nel 1906 diede inizio all’estrazione del carbone nella zona. Nel 1976, lo stato norvegese subentrò per salvare la compagnia, la Store Norsk, dalla bancarotta. Oggi, in città ci sono almeno 7 miniere ma solo una, la numero 7, a circa 15 km a est di Longyearbyen, è ancora attiva. Ci sono anche due musei molto interessanti, legati alla storia delle esplorazioni polari e alle avventure sui ghiacci.

Ma ciò che colpisce maggiormente è sapere che nelle viscere della montagna che sovrasta l’aeroporto, sotto il permafrost, è stata scavata una grade caverna artificiale. Viene definita Camera blindata del Giudizio Universale,

Svalbard Global Seed Vault

È destinata a custodire infatti, fino a 4 milioni di varietà diverse di semi vegetali e ha una capacità di 2,25 miliardi di semi. Un numero immenso che copre l’intera biodiversità botanica del pianeta. 

“Un pomeriggio, di quelli ancora pieni di luce, mi incammino fuori dal centro abitato e resto sbalordita da quanto questo sia vero – Intendo dire quanto qui il tempo trascorra lentissimo, come una preghiera imperitura, un’incertezza lussuosa e decadente che se fosse certezza non si chiamerebbe più tempo. Si adatta ai paralleli e ai meridiani con quellalito selvaggio che inventa ciò che è proibito, che cammina nel midollo osseo di un ghiacciaio, di una caverna, e mi inquieta gli occhi e mi da linsonnia lattea di una cometa. Si incolla a paesaggi marziani, equivale alle stagioni che qui si alternano lente, allombra e alla luce che si sovrappongono fino a diventare luna il sostituto dellaltra. Una entra nellaltra in modo furtivo, quasi delineando un suo proprio colore, rubando un podi luna, nascendo un podi sole. Ora che tutto è ancora quasi luce il tempo sembra dilatato. Sono qui da pochi giorni ma mi sembrano unabbondanza lussureggiante. La luce pur se rimane fievole durante la notte, resta. In mutazione promiscua. Resta chiara e azzurrina. Grigia anche. Ma di un grigio che rende di perla le finestre mentre fuori il mondo torna a formarsi. Cerca nuovi lati e unaria più leggera o più dura, eroica e crudele.” 

Pyramiden - Svalbard
Pyramiden – Svalbard

 

BARENTSBURG E PYRAMIDEN

Dalla città di Longyearbyen partono le escursioni più popolari come la visita agli insediamenti russi di Barentsburg e Pyramiden. Se Barentsburg è il primo avamposto dell’ex Unione sovietica dimenticato ai confini del mondo, Pyramiden è il secondo insediamento russo nelle Svalbard.

Quando nel 1910 furono scoperti i giacimenti di carbone, sorsero i primi impianti di estrazione istallati da una compagnia svedese. Intorno agli anni 30 la compagnia fu rilevata da un’impresa sovietica, la Russkij Grumant e in seguito dalla Arktikugol che tutt’ora ne è proprietaria. Negli anni ‘50 a Pyramiden ci vivevano 2500 persone! All’inizio degli anni ‘90, periodo di massima espansione e di capacità produttiva, a Pyramiden vi erano ben 60 km di pozzi attivi, 130 abitazioni, aziende agricole, scuole, un albergo con piscina, teatro, una palestra, una biblioteca e un cinema/teatro.

Nel giro di pochi anni, tuttavia, la miniera cessò di produrre carbone in quantità sufficienti da rendere redditizia l’attività. La Russia non volle o non fu più in grado di sostenere gli investimenti e nel 1998 il sito fu abbandonato. A quel tempo, nella città mineraria vivevano 1000 residenti.

Oggi la popolazione corrente si aggira intorno alle 40 persone durante la stagione estiva. Un minuscolo manipolo, meno di dieci, in inverno.

La nostra guida, Sebald, un ragazzone tedesco alto e biondo dall’inglese perfetto, ci richiama a compattare il gruppo. Non gradisce che ci si distragga e ci allontani dagli altri. Il pericolo degli orsi è sempre costante. Io fantasticavo sul fatto che, a causa del basso tasso di decadimento in un clima gelido, gli edifici principali della città resterebbero ancora integri dopo 500 anni anche senza l’uomo. Probabilmente potrebbe essere l’ultima città a deteriorarsi sulla terra. Teoria affascinante come trovo quasi commovente il netto contrasto tra una natura immensa, sconfinata e incontaminata e i fantasmi delle infrastrutture industriali e minerarie. Passeggiando in questo luogo di desolazione e nello stesso tempo di grande fascino, si rimane colpiti dalle vestigia dell’architettura sovietica e dal grande busto di

Lenin, il primo più a nord del mondo (79°), che sembra voler tenere alto il vessillo russo ancora e per sempre! 

Nella città fantasma di Pyramiden alcuni edifici sono stati rimessi a nuovo conservando intatta l’autenticità dell’epoca sovietica, enfatizzando il rinnovo nello stesso stile che c’era qui tra gli anni ‘70 e ’90. L’hotel Tulipan che ha nove stanze più una che rimarrà come è sempre stata fino a tutto il 2020, restando qualcosa di simile ad un museo. Un ristorante e un bar, un centro culturale, così come la sala cinematografica, che ha ricevuto sostentamenti dal Fondo per la protezione ambientale delle Svalbard, sono tornati quasi a risplendere. Un nuovo caffè è stato creato nella biblioteca al secondo piano.

Ma ciò che non è stato toccato e che per me ha qualcosa di magico è il pianoforte nero di Pyramiden. 

Il pianoforte di Pyramiden
Il pianoforte di Pyramiden

 

“Nella città in cui tutto è immobile o danza di piccole particelle sospese, un pianoforte è rimasto lì, spalancato, aperto con la sua ala dura sulla musica piana. Uno spartito e fogli, scritti da mani che dovevano avere una specie di luminosità, mi guardano. Ci vuole coraggio a scrivere la musica. Ci vuole uno stato di grazia per bere larte del mondo. La piccola grafia, minuta nello spazio bianco, si staglia sul nero. Dicotomia cromatica mi dice dellignoto, di cose che si amano, della sincerità delle tenebre, della notte creatrice. Devo scappare via dalla stanza, distogliere gli occhi, allontanare lalba del mio cuore dalla notte di una colpa. Chi suonava quel pianoforte? Quale mortale era seduto o seduta su quella sedia ora vuota e impolverata che sia diventato o diventata altro da Se? È rimasta una beatitudine fisica ad impronta su quella sedia. Ora sento un sospiro del mondo, una felicità suprema che non si può raccontare. Sebald mi richiama, questa volta è quasi un urlo, il fucile in spalla, le folte sopracciglia dorate quasi gelate dal freddo, mi fa cenno di correre verso la barca. Stiamo salpando. Si torna a casa. A Longyearbyen. Tutto è rarefatto, rallentato. È il tempo degli orsi. Il tempo della neve che arriva. Delle aurore a fare viola il cielo. È tempo di morire forse. Di una morte al caos di se stessi. E rinascere insieme alla renna o alla volpe. In queste distese immense di grotte e del  ghiaccio che tutto preserva e tutto vivifica. Non è notte non è più giorno, le ombre non sono lunghe ma non sono corte.

E il cane di Mary-Ann, il lupo dal pelo bianco e lanoso che è fuori alla casa, ulula. Non so a cosa, non so perché. Mi è venuto vicino. Mi ha guardato con i suoi occhi a fessura, forse lui guarda i fantasmi azzurri che emanano i ghiacciai e le volpi artiche scivolano con i loro artigli sulle placche. Lho vista, veloce come il lampo, tagliare da ovest a est la montagna e sparire. È il tempo degli animali, è tempo di essere come loro. Apparire in diverse forme. Donna estasi, donna sacra. Schivare lidentità esprimibile e perdersi, sorbendo la volontà nella selvaggia anima errante.”

 

Testo e foto di  Paola Casulli       @INCANTOerrante

Pyramiden – Svalbard
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LO SPAZIO, IL VUOTO, LA PAUSA

LO SPAZIO, IL VUOTO, LA PAUSA

Dopo un lungo percorso poetico, sono approdata alla fotografia come tentativo di opposizione alla parola, per certi versi rutilante, barocca, eccessiva di oggi.

Non fotografo perché ho necessità di aggiungere alla parola un’immagine che possa rafforzarla ma per sottrarre alla parola il suo peso in eccesso e cercare di restituirle una certa leggerezza.

E il viaggio in Giappone ha in qualche modo realizzato questo bisogno che avevo di astrazione, rarefazione, del visibilmente silente, dell’evocazione del vuoto. Nelle filosofie occidentali, e nel pensiero greco, da Parmenide in poi, il non essere è spiegato in una accezione metafisica che tende ad identificarlo con il Nulla assoluto, con il vuoto totale, identificato anche come horror vacui, la paura del vuoto. Dal latino nihil,  assenza, nulla negativo. Invece nel pensiero orientale, il non esserci  non rinvia al suo opposto ontologico o logico di esserci, ma rimanda ad una “assenza determinata”. Al “vuoto determinato”. Nel senso che questo “qualcosa che non c’è”, lo sto determinando come non essere nel momento in cui lo  nomino.

Questo spazio vuoto, considerato importante quanto lo spazio pieno in un equilibrio armonioso in cui non c’è un elemento che prevale sull’altro ma sempre in relazione reciproca di compenetrazione e trasformazione, si esprime nel concetto di ma. Elemento centrale di tutte le discipline artistiche orientali, il ma può essere considerato la categoria estetica giapponese per eccellenza, un elemento implicito ma fondamentale di ogni opera d’arte: solo grazie alla sua presenza le varie forme artistiche possono realizzare pienamente il loro potenziale estetico. 

Queste mie fotografie che ritraggono volutamente sempre la stessa porzione di una foresta di shirakaba sul finire della stagione dei ghiacci in Hokkaido, Giappone, sono la mia personale interpretazione del concetto giapponese di spazio, intervallo e vuoto. Un lavoro in cui ho cercato di rappresentare e creare un vuoto pieno di senso attraverso l’utilizzazione dello spazio bianco in cui inserire elementi anch’essi bianchi che rafforzassero il concetto. Infatti shirakaba è il nome giapponese per betulle bianche. Shira significa “bianco” mentre kaba è il kanji combinato per “legno” e “bellezza”, dando agli alberi di betulla bianca il significato poetico di pura bellezza elegante. 

Dalla loro soave fusione nella neve incontaminata durante l’inverno, ho dato voce a una poesia tutta visiva in cui la contiguità del vuoto rispetto al pieno è la via per quella che i taoisti chiamano “conoscenza suprema”. La capacità di cogliere la necessità del vuoto per la costituzione di ogni cosa. 

Paola Casulli 

Ucronìa, come tutto si generò dal nero


Vuoto e mortifero al colore nero spesso si associa il sonno, i sogni, l’angoscia, il segreto, la discordia, la vecchiaia, la disgrazia e la morte. Il nero, dunque, è considerato negativo o distruttivo. 

Tuttavia in Asia e in Africa, al contrario, il nero è fertile e fonte di vita. Come quello dell’Egitto, per esempio, che simboleggia il limo depositato dalle acque del Nilo le cui piene sono benefiche e vengono attese ogni anno con speranza. 

Proprio questo nero, fecondante e associato alla forza vitale, pervade e satura i disegni di Elena Caterina Doria

E di tanti neri sembra si tratti per la vividezza delle immagini.

L’artista, nei suoi intensi chiaro-scuri, come usando diversi pigmenti, ci delizia  infatti di neri in una tavolozza via via ben diversificata. Dal nero etrusco Ater, cioè un nero opaco, profondo, duro, alla sfumatura del Niger cioè il nero brillante, leggero e morbido. Prima che per la tonalità, i disegni della Doria, spiccano per la densità e la brillantezza con cui le sue opere raggiungono il nostro osservarle incantati.  

Nei disegni della Doria, il rapporto con la luce resta primario! Il suo nero è luminoso, benefico. Il segno o la promessa di una rinascita. Colore delle viscere della terra e del mondo sotterraneo, questo nero ctonio è legato, come dicevo all’inizio, alla dimensione feconda della terra. Una terra misteriosa, che governa la vita coi suoi cicli immortali e genera creature misteriose, straordinarie, prodigiose, indissociabili da elementi taumaturgici e sciamanici ancestrali. Legate all’avvicendarsi delle stagioni e alla fertilità, forse anche all’inspiegabile passaggio di anime tra mondi diversi. 

Come Persefone-Proserpina la Doria è capace di dischiudere a noi osservatori incauti, i segreti di misteri e magie attraverso il tratto perturbante delle sue chine. Trasformare la natura, scardinare i suoi ingranaggi e le sue leggi per entrare nel libro vivente dell’universo. 

Attratta dal ritmo segreto delle cose, che ben comprende e afferra, Elena Caterina Doria, sembra attingere contemporaneamente al sapere dell’immaginazione intuitiva, dell’astrologia, dell’alchimia, della poesia, della cabala, della scienza, della filosofia, della religione e della biologia per muovere le energie misteriose della natura penetrando nel cuore degli esseri viventi e nelle radici del mondo. Dinamizzando, attraverso un’opera attiva, le forze contrarie che si muovono nelle cose. Sia nelle cose che ascendono in cielo sia nelle profondità della terra.

L’artista stessa scrive che “il mondo animale, vegetale, minerale ha una sua storia. È la storia del suo sviluppo, dell’adattamento all’ambiente e dell’evoluzione della specie, e dove esiste una storia possiamo anche immaginare una sua ucronìa, pensare ad altri mondi naturali, alternativi e surreali”.

I suoi disegni di foglie, frutti, rami coperti di muschio, piccoli insetti, bisce, tartarughe, cipressi, farfalle, api regine, diventano ossa pelviche, polmoni, cuori anatomici. Così come un piccolo nautilus, che partorisce la molecola dell’ossitocina così simile alla struttura dell’alveare, ci regala un nuovo mistero dell’eterno femminino

E torniamo dunque al suo nero fecondo delle origini che è luogo interiore  dell’artista, associato alla terra e alla sua epidermica fertilità ma anche al suo valore simbolico di caverna per esempio, o di altro spazio naturale che sembrano comunicare con le viscere della terra: antri, voragini, gallerie rupestri. Benché privi di luce, sono crogioli fertili, luoghi di nascita o di metamorfosi, ricettacoli di energia. Spazi sacri. Noi osservatori, vi entriamo per nasconderci, rigenerarci, compiere un rito di passaggio. Così come il suo bianco, mai in antitesi ma in costante dialogo con il niger, è il suo foglio da disegno. Carta, ricovero e conforto, come una terra bianca, di luce, che attraverso il buio si fa strada verso lo spettatore che attende di poter decifrare, codificare i segni imbastiti a matita sul suo spartito. Segni che faticosamente compaiono dal mosaico di figure per rivelarsi a colui che riesce a mettere a fuoco l’origine del gesto.

L’arte di Elena esprimere visioni. Nel suo sforzo di venire alla luce, la visione riafferma se stessa. Obbedendo a questo medesimo tropismo, spinta com’è verso la luce, l’immagine ritrova la sua misura e la regola.

Da una luce, da uno stagliarsi di forme, da un certo utilizzo della tecnica, l’energia primitiva, la potenza originaria costanti alle quali tutto si sottomette  volontariamente. Un modello arcaico e mitico in cui viene riportato il nichilismo, la disumanizzazione, il frammentarismo, la mistificazione, la nostalgia di una certa collettività. La fuga dalla società in un’esistenza illusoria, ma anche un amore per il caos scintillante, che medica e guarisce.

L’opera della Doria è un atto magico. La sua Ucronìa evoca e rievoca qualcosa che desta meraviglia e che introduce l’essere in un bagliore estatico. Ci conduce attraverso una via privilegiata per indagare e muovere l’energia naturale e primordiale, il suo flusso vitalissimo. Quasi una forza primitiva, attitudine inscindibile dallo spirito umano. Nei disegni della Doria, che hanno il potere di turbare il sangue, la mente e lo spirito, ritroviamo il senso della totalità del mondo. Cogliamo la rivelazione di segrete corrispondenze, lo spazio nascosto e benefico della coscienza. Uno sconfinamento dove è celato la possibilità di una rivolta rivoluzionaria.

IncantoErrante   

                                    Elena Caterina Doria nasce a Milano il 10 febbraio 1965. Dopo il liceo artistico frequenta e si diploma alla NABA (Nuova Accademia di Belle Arti), seguendo contemporaneamente i corsi di pittura, incisione, anatomia artistica e quelli di graphic design e comunicazione visiva. Nel 1990 si trasferisce a Casale Monferrato dove lavora come grafica e illustratrice freelance. Negli anni comincia a maturare in lei la necessità di esprimersi attraverso il disegno e la manualità, si approccia così, per naturale inclinazione e desiderio di scoperta, ai temi della natura, della trasformazione, della meraviglia, della vita che cambia e si evolve, facendone i punti cardine della sua espressione artistica.

http://www.elenacaterinadoria.it 

Paola Casulli

@IncantoErrante

E SIA, la riva sicura di un verso

“A volte succede, improvvisamente, inaspettatamente. Si percepisce un suono dietro tutto il rumore, ci si ferma e si ascolta. Nell’eccesso del mondo si trova nella musica uno spazio libero in cui, fosse anche solo per un momento, soffermarsi, prendere fiato”.

È una citazione da un libro di Nooteboom, scrittore olandese che amo tantissimo. Ma se sostituisco poesia a musica mi sorprendo ad assaporare, in questo libro aperto davanti a me, che leggo e rileggo con crescente stupore, un ritmo e una melodia non tanto diversi da quelli scaturiti dallo spartito di un apprezzato compositore, e così simili alla scrittura evocativa e malinconica di un poeta. E il poeta in questione è Grazia Procino.

Il suo libricino bianco, bordato di celeste, dal titolo “E sia”, può entrare in una tasca o in una borsetta ma lo spazio che si apre all’interno è quella soglia che, una volta varcata, proietta in un mondo di rythmós e di energia tensiva che produrranno suggestioni inattese, una sorta di straniamento in un esercizio ricettivo che costringe a rimettere tutto in discussione.

“Da dove venite? Perché mai siete giunti qui? Chi siete?” (pag. 75)

è la prima lezione necessaria per impedirci di disperdere la nostra energia vitale nel  fatalismo delle cose. E se il fatalismo ha due versanti: uno ottimistico o uno pessimistico, quello della Procino è un pensiero ora mitologico, ora estetico, ora arcaico e orientale a fondersi con la luce del mare, con l’azzurro del mondo degli eroi e il regno degli dei. Un mondo elegiaco, funesto, ma anche soave e impetuoso che richiama il rombo dei mari ellenici e il fonema del vento che, spirando dall’Egeo, circonda le isole greche come orizzonti mentali, categorie dello spirito, in una mappa  di voci, di geografie e personaggi che ne costituiscono lo scenario. Un genius loci a cui affidare il pensiero poetico, la ricerca oltre il reale, la tentazione del profondo, il colloquio con la propria coscienza, la rappresentazione di un mondo a più facce, abissale e inabissato, l’invocazione ad Essere contro l’auto-abrogazione dove l’Io e il Dio si scoprono identità minacciate e morenti.

Siamo uomini in preda all’abisso
dell’angoscia, nuovi Odisseo, che
rinunciamo all’immortalità
fieri della propria finitezza effimera”.  (pag. 17)

E se il paesaggio allestisce un palcoscenico per le perorazioni di un’umanità spaesata che grida la propria orfanilità, il gioco linguistico della Procino, applicato alla sua poesia, è un esercizio di alta efficacia, orientato ad una pedagogia dell’essere. L’impianto comunicativo, basato sulla struttura greca con quattro stasimi, un prologo, una monodia e un epilogo, è un espediente colto ma consegna ad una temporalità che è fonte di interrogativi per il riconoscimento finale di chi siamo.

Passiamo una vita intera a cercare il senso.

Qualche testardo continua nell’impresa:
a Cuma interroga la Sibilla

che si gira dall’altra parte
“Chi ha osato disturbarmi?
Io non perdo il mio tempo
d’eternità in ricerche impossibili”  (pag. 30)

Tutti i tropi e i transfer che l’energia dei testi mette in scena possiedono l’indipendenza di una lettura a se stante, una partecipazione estrapolata che diventa la proiezione onirica di solitudini e disagio. La solidità dei testi àncora la passione, come cosa naturale, ad una ricezione silenziosa e concentrata capace di far riaffiorare il fiume carsico dell’alienazione che prevede però, in un processo drammatico e conflittuale, un assenso finale, consente vie d’uscita e zone franche.

Gli oggetti resistono al tempo, ai tempi
alla cenere
alle ceneri.
… i nomi
resistono ai morti

A esergo pongo
“Si cade. Si resiste.
Si resiste. Si cade”.  (pag.67)

Entro il gioco diffuso di spezzatura e di ricomposizione dei versi, la parola poetica di Grazia Procino, viene insieme isolata, sbalzata e svuotata, tagliata fuori dal sistema puramente comunicativo, esposta come una traccia, enigmatica e magmatica, a farsi voce che non occupa solo uno spazio metrico ma coinvolge corde vocali per rivelare spazi di dissenso e cuore per auspicare quell’Arbor felix di nuove vite, un nuovo miracolo da cui far nascere un tempo futuro, una storia che si curva in trascendenza, apre all’orizzonte oltre la notte.

E così Cassandra si sovrappone all’ultima cicala che canta, Orfeo può accogliere riti di rinascita nella grazia della risurrezione, Penelope ritorna alla spiaggia di ciottoli di una Corfù sotto la luce di luglio. Così come nell’uomo Edipo, tutti noi che non sconfiggeremo gli oracoli ma si cade e si resiste proprio in quanti uomini.

E SIA
Copertina del libro

INCANTOerrante

ONE with Nature

L’industria mondiale dell’immagine digitale ha oggi un impatto enorme sul nostro modo di percepire la natura. Sommersi come siamo da miliardi di immagini, la natura è ostentata e venduta in immagini-paesaggio, foto-paesaggio, film-paesaggio, natura-cartolina, natura-esotica, etc.

Con il risultato che la natura non sarebbe, in ultima istanza, che il prodotto standardizzato  di una società di consumo. 

Un’alternativa, oltre la saturazione causata dalla sovrabbondanza di immagini cliché, ce la offre Petra Probst, artista, illustratrice e fotografa che vive e opera tra la Germania e l’Italia, a Monaco e Torino. 

Il suo sguardo sulla natura non costituisce o riproduce modelli o schemi preesistenti ma è potenzialmente illimitato. 

Il privilegiare un dato gioco di luci, di proporzioni, la qualità cromatica atta a creare contrasti delicati e di forte impatto emotivo, sorprende chi guarda e supera in maniera radicale la visione di paesaggio naturale tout court. 

Ciò che sorprende è aver compiuto quel movimento minimo e tuttavia differente che cambia d’un sol colpo ogni cosa. 

La Probst esce dagli schemi e implica una totale libertà di marcia, un cambiamento della prospettiva. E lo fa operando una Krisis, nel senso etimologico della parola greca “taglio”, “separazione”, da tutto ciò che sono i riferimenti puramente geografici o storico culturali della natura. 

La sua natura è un’identità fluttuante, un’opera in status nascendi, dove l’immagine da qualcosa diventa altro. 

Nell’opera della Probts, una natura antropomorfa, infatti, oscillante e instabile, è insieme essere umano e natura, identità e esperienza, natura e percezione, forme e leggi presentate in modo mimetico dove la capacità associativa dell’artista interviene sull’impressione dello spettatore che, malgrado l’assenza evidente di qualunque azione, percepisce chiaramente una natura che sembra vivente, che è vita che si trasforma sul piano ermeneutico in un fenomeno che attira e sussiste come resilienza.

In questa immagine-paesaggio è il corpo, nel senso assoluto di Essere un corpo (Leib), ad essere un tutt’uno con la natura. Pur non negando aspetti psicologici, fenomelogici sociali, antropologici, (Petra Probst si occupa anche della formazione per insegnanti e operatori del sociale al fine di promuovere la multiculturalità e la prevenzione del disagio giovanile con il linguaggio artistico), l’artista spiega la sua natura rinviando ad una spazialità nuova, creando le condizioni per nuove percezioni.

L’opera non rinvia a un ciò che precede, ma espone un insieme di forme e colori in cui la figura è presente con tutte le potenzialità dell’essere corpo umano all’interno del corpo madre-natura, in un mutuo abbraccio. 

Per la fotografa tedesca il desiderio di rifondare la relazione con la natura, che è strictu sensu invisibile e di difficile rappresentazione, è di ordine morale e intellettuale prima che puramente estetico. Da una aesthesis, ossia percezione visuale, che concede il primato alla vista, ci si trova di fronte ad una natura scrutata fin nei suoi dettagli più intimi, a rinforzare la convinzione di un’appartenenza più che di una perdita, di una non differenza a separare l’uomo dalla natura. 

Per questa natura, l’essenziale accade sul piano simbolico. Non è compito dell’occhio, dello sguardo del soggetto, il recupero della natura. Nelle sue otto fotografie non vi è alcun particolare nella forma del viso che si intraveda tra il fogliame o i tronchi, o i rami nella nebbia leggera. Né occhio né bocca né sopracciglio ci darà l’esatta narrativa di quanto sta accadendo. Tutto avviene attraverso una visione. Trascende ogni logica e lo fa fondendo il soggetto (donna) con il suo oggetto (natura). 

L’Io si con-fonde con la natura, oltrepassa il confine soggetto natura e confonde i due poli all’interno di un desiderio nostalgico di riappropriazione reciproca. 

L’assenza di ogni spazialità attuale, inoltre, cortocircuita ogni lettura tradizionale. Cosicché lo spettatore dovrà fare ricorso alle capacità intuitive piuttosto che alla ragione, alla storia o al sapere.

In questo elemento perturbatore le fotografie della Probts si riconducono all’opera di Claude Monet. Fu lui per primo ad introdurre il concetto nell’arte di “morte del paesaggio” inserendo l’elemento perturbatore di macchie di colore sulla tela. 

Questo elemento “irritante” genera l’impossibilità per lo spettatore di orientarsi nel quadro. Elimina la distanza necessaria alla costituzione dell’immagine in quanto fenomeno visivo consueto e ridefinisce le modalità della relazione che lo spettatore dovrà intrattenere con l’opera d’arte. 

Allo stesso modo, le fotografie della Probst, piene di energia nuova, esigono un approccio nuovo. Chi guarda, privo come sarà delle possibilità di appoggiarsi su uno guardo pre-visto per lui su una superficie più o meno facilmente decifrabile, dovrà appellarsi alle proprie facoltà sensuali e intellettive.

L’immagine di una natura smaterializzata, per così dire, e vuota, un quasi nulla visuale, campeggia al centro di ogni fotografia. La figura immersa in un’opacità verde bosco-foresta, entra dentro il mondo naturale non come mera soggettività, in una forma di assoluto solipsistico, ma come protagonista che condivide la stessa scena. Non è separata dalla natura, ma entrambe fuse insieme, si completano vicendevolmente. 

La figura che sembra essere una donna, forse per una maggiore identificazione con la natura, lungi dall’essere secondaria e puramente decorativa, non è in un isolamento spaziale ma in un luogo che è la natura stessa che, mai semplice sfondo, qui più che altrove è sostanziale, in relazione vissuta e concreta con l’essere umano. 

Le figure non assumono nessun ruolo di guida o di coscienza attraverso le quali lo spettatore potrà immergersi nella fotografia. L’apparente debolezza strutturale dei personaggi che, come abbiamo già detto,  compaiono come sagome fatte di rami, foglie, tronchi (la loro identità è nascosta allo spettatore), libera il campo, obbligando chi guarda a decifrare, ad acuire l’attenzione e provoca una forma di ricezione più esigente. 

Avviene insomma il contrario di ciò che avviene nell’arte di una immagine convenzionale dove il personaggio, di solito identificabile, fa parte di un contesto narrativo che sia mitologico, religioso o politico. Entrare nel paesaggio di un opera d’arte, che sia pittorica o fotografica, significa passare attraverso la storia della figura. 

Nella fotografia enigmatica della Probts, questo non avviene. L’abbandono di ogni elemento narrativo fa si che lo spettatore percepisca non solo unicamente qualcuno nella natura ma, pur con tutta la difficoltà di definire questo rapporto, qualcuno per il quale la natura che lo circonda è fondamentale. E che non si trova lì per un rapporto strumentale ma sembra piuttosto “perso” nella sua contemplazione.

Non vi è, in queste fotografie, una natura sottomessa, non un uomo spodestato. Non, di converso, una natura trionfante, un uomo capace di sola autodeterminazione.

Niente e nessuno è minacciato. 

Da qui la personificazione della natura e l’inselvatichirsi dell’uomo, inteso come ritorno ad uno stadio primordiale di purezza, è l’unica prospettiva per non alienarsi dalla natura e che sarà la voce attraverso la quale il recupero della natura avrà luogo. 

IncantoErrante

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