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FERLINGHETTI, quando la poesia si fa leggenda

Di Incanto Errante |

In un cielo chiaro dove un velo di nuvole spruzza di azzurro quello spazio arioso, tre ragazzini provano l’ebrezza del volo sui seggiolini di un Luna Park.

È la copertina del bel libro “A Coney Island of the Mind”, una delle raccolte più celebri e vendute nella storia degli Stati Uniti. Originariamente pubblicata nel 1958, è oggi proposta dalla casa editrice  Minimumfax.

L’autore delle 48 poesie invece è Lawrence Ferlinghetti, il leggendario poeta che si è lasciato alle spalle 101 anni prima di spegnersi lunedì mattina per una malattia ai polmoni.

Protagonista indiscusso della Beat Generation, il grande maestro firma molte altre raccolte poetiche tra le più significative del Novecento. Spesso irriverenti, psichedeliche, sono una durissima critica alla società del suo tempo, un grido di dolore e protesta contro l’America.

Ferlinghetti, nato a New York il 24 marzo 1919, non ha da subito una vita che si può considerare facile.
Il padre muore prima che la madre partorisca e venga rinchiusa, poco dopo, in un manicomio da cui esce solo molti anni dopo. 

Vive alcuni anni a Manhattan fino a quando scoppia la seconda guerra mondiale e viene arruolato in marina.
Dopo si trasferirà a Parigi e studierà alla Sorbona prima di tornare in America e stabilirsi all’Ovest nell’allora piccola cittadina di San Francisco, dove apre una libreria. 

Kevin Noble @unsplash
Kevin Noble @unsplash

Lawrence Ferlinghetti infatti non è solo poeta e scrittore, ma anche libraio e editore. 

Fonda infatti, nel 1953 insieme a Peter Martin, la casa editrice City Lights Bookstore. Situata a suo tempo in Columbus Avenue 261, all’angolo con Broadway Street, nel quartiere italiano di San Francisco denominato North Beach.

Il nome della libreria, Luci della Città (City Lights), si ispira al film muto del 1931 scritto, prodotto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin. Tant’è che al secondo piano della libreria c’era la redazione della rivista di cinema e cultura City Lights  fondata dallo stesso Martin. 

James Frid @pexels
James Frid @pexels

Quel luogo diventa presto il ritrovo della Beat Generation e di molti dei suoi protagonisti più significativi. Qui ci si può fermare a lungo non solo per sfogliare le pagine di un libro ma anche per scambiarsi opinioni, assistere a Reading  e performance. Scrittori all’epoca emergenti o indipendenti venivano a trovarlo nella sua libreria, tra cui Jack Kerouac, Burroughs, Ginsberg.

Sarà proprio una pubblicazione di Ginsberg a metterlo nei guai con la giustizia. 

L’edizione di Howl & Other Poems di Allen Ginsberg, raccolta del 1956, che contiene la celeberrima Howl (Urlo), fu la quarta della serie di edizioni di poesie City Lights Pocket Poets Series

La raccolta suscitò molto clamore e controversie legali e portò all’arresto di Ferlinghetti con l’accusa di diffusione di oscenità. Il processo ebbe un richiamo nazionale e Ferlinghetti venne rilasciato. Si era creato il primo precedente di appello al Primo Emendamento (libertà di parola e di stampa) per la pubblicazione di materiale controverso, ma di interesse sociale. 

Questo evento e l’eccezionalità del ruolo di City Lights nella cultura di San Francisco e in quella statunitense dopo la seconda guerra mondiale, avendo pubblicato autori della Beat Generation e diffuso molte altre opere rilevanti, ha permesso a questa piccola libreria, nel 2001, di ottenere lo status di Landmark (punto di riferimento). Tale status garantisce il mantenimento di determinate caratteristiche dell’edificio e dei suoi dintorni così da poterne fruire la storicità e l’importanza.

Il negozietto di caramelle dietro la soprelevata
è lì che per la prima volta
mi innamorai
dell’irrealtà
Gelatine luccicavano nella penombra
di quel pomeriggio di settembre
Sul bancone un gatto si insinuava tra
bastoncini di liquirizia
e barrette al cioccolato
e cicche Oh Boy

Fuori le foglie morivano e cadevano
Il vento aveva spazzato via il sole

Una ragazza entrò di corsa
Aveva i capelli zuppi di pioggia
Il seno ansava nella stanzetta

Fuori le foglie cadevano
e piangendo dicevano
Troppo presto! troppo presto!

Lawrence Ferlinghetti, in “Poesia” n. 346 Marzo 2019, traduzione di Leopoldo Carra

@IncantoErrante

Mare Nostro Quotidiano

Il senso di una nuova antologia, come quella che prendiamo in considerazione in questa sede, va ricercato innanzitutto nella selettività dei Curatori della stessa (in questo caso Giuseppe Vetromile, Melania Panico e Rita Pacilio) nello scegliere i

Quattordici poeti inclusi

che, esprimendosi in maniere differenti, raggiungono in modo incontrovertibile esiti estetici alti.

Gli autori antologizzati sono in ordine alfabetico: Lucianna Argentino, Marco Bellini, Luigi Cannillo, Paola Casulli, Stefania Di Lino, Francesco Filia, Federica Giordano, Suzana Glavas, Antonietta Gnerre, Cinzia Marulli, Angela Ragusa, Davide Rondoni, Vanina Zaccaria e Alexandra Zambrà.

Il filo rosso che guida l’opera vista nel suo insieme è quello della tematica del mare, in particolare del Mediterraneo, un mare considerato geograficamente ma soprattutto interiorizzato, come afferma nella prefazione densissima e ricca di acribia lo stesso Vetromile.

Il testo è strutturato con la presenza iniziale della suddetta introduzione di Vetromile alla quale seguono le sillogi delle poesie degli autori e delle autrici precedute ognuna dalla nota critica a cura di Melania Panico.

Poi incontriamo le conclusioni di Rita Pacilio, i ringraziamenti dello stesso Vetromile e le note biobibliografiche degli Autori e dei Curatori.

Dunque il nostro “mare” interiore: partiamo da lì per emergere nel mondo, per affrontarlo e per viverlo, sotto tutti gli aspetti; dalla nostra storia, dal nostro tempo, dalla nostra cultura e dal nostro potenziale creativo, per inserirci nel grande e variegato, e variabile mosaico della nostra civiltà e della nostra particolare conoscenza dell’”altro e degli “altri”, così scrive Giuseppe nella sua nota e del resto il Nostro si può considerare, nella sua poliedrica produzione, tra l’altro, un bravissimo curatore di antologie stesse avendone in passato prodotto anche altre.

Nell’introduzione Vetromile si sofferma anche brevemente sulle poetiche di ciascun partecipante.

Il mare come metafora della liquidità del pensiero

e della vita attuali, inoltre, come viene a realizzarsi il vissuto attuale nel postmoderno occidentale.
Splendida anche l’immagine in copertina di Laura Bruno intitolata Infinito abisso, un acrilico su tela.

Da Omero con l’Odissea ad Ungaretti con L’allegria dei naufragi e Il porto sepolto, da Melville con Moby Dick fino ad Hemingway con Il vecchio e il mare, il mare stesso ha sempre attirato e ispirato i poeti e i narratori con il suo fascino ora numinoso, ora tendente all’incanto e alla bellezza.

Il mare anche come liquido amniotico, punto di partenza e di arrivo dell’esistere come afferma lo stesso Curatore.
Dunque una pubblicazione originale e piacevole Mare nostro quotidiano nella quale il fruitore può navigare senza ricorrere all’onnipresente internet.
Ha scritto Jung che il mare è come la musica: contiene e suscita tutti i sogni dell’anima e si può aggiungere che la poesia stessa deriva dai sogni, da quelli ad occhi aperti soprattutto.

        LETTERA DALLE DUNE –  La Partenza  – Il Viaggio – L’Addio  

La partenza

Tu che mi fosti voce nella finitezza dei giorni,
voce che a tratti sanguina a strapparsi dalle parole
credimi,
 tu, ora,
se dico che è il mare il tempo dell’addio,

il respiro, l’acqua di tutto l’universo a farsi ossa e grida e braccia portati via dalla corrente. Da sponde e mare che crescono
agli angoli della bocca,
 senza guinzaglio a rodere l’onda,
collassare come mani cieche di violentissime stelle
Con queste labbra dell’arsura
ti dico – Non andare – . Ti dico, anche, – Vai! –
Con i gesti scomposti, a contenere gemiti ché tanto
le pianure si appoggiano alle dune e dalla dune

ridiventano incompiute carovane
nella pietra,
 nel sale, nei nidi come vasti seni senza fondo,
ruvidi mosaici di pelle senza più scrittura né fuoco.
Ogni scintilla vuota e silenziosa di vie lattee senza rumore di stelle.

Il Viaggio

In questo tuo viaggio oltre il bilico dei morti – già morti –
dispersi, trascurabili volti,
sorge la Grande Notte.
 In essa si profila il vetro di tutte le menzogne
su cui scivola, lo vedi, l’orlo della luce, il seme degli alfabeti
il respiro e gli occhi con quelle ristrettezze di attributi,
quelle piccole cose che verso l’alto si propagano e poi
cadono.
 Semicerchi cavi di riservatezza
a dire il mare – a dire il mare che si perde nella vastità di piccole stelle.

Chi ti fa compagnia? In queste notti di ciglia serrate, di freddo
guizzante e il rumore del motore a raccogliere noci di pianto,
iridi sepolte sotto i fondali.
Spalancate iridi come echi che inascoltate all’udito
si vestono di memorie e di olfatti.
E si resta a recitare nomi di fiori ciechi di giorni
Nulla è più condizionato dal pretendere un colore in più.
Gli istanti hanno perso le stelle. E sempre le stelle sono uomini.

Centocinquanta, duecento. Donne a rapprendersi in ogni assenza.
Uomini che il sonno si addolora nei mormorii
e le correnti diventano melma fetida. Cadono tutti,
capovolti in questa indecenza. Riempiti di sassi
per l’aggiustatezza delle ossa e le guerre eterne
nel sottostante strapiombo
senza chiarità che tu possa distinguere.
Senza adulazioni al guinzaglio che diano direzioni e lanterne.

L’Addio
Sono distesa sul campo freddo di spazi
dagli innumerevoli blu e bianchi, e grigi. Tante sfumature hanno 
queste onde. Questo vuoto tragitto senza pause nella gola,
senza punteggiatura di respiri e polmoni.
Se farai sosta in questo bosco di acqua e sale
portami le stelle,
tu che mi salutasti
dalla spiaggia lacerata da stagioni fermate come aghi nel cielo
portami le stelle. Finché l’ultima goccia del mio sangue
sia riportata tra spighe leggere
a succhiare abeti per aliti di resina, portami le stelle
Ci vogliono le stelle a serenarmi d’autunno.

@IncantoErrante

MARE NOSTRO QUOTIDIANO
Autori – Aa Vv – Edizione: Scuderi Editrice, Avellino 2018 –  A cura di Giuseppe Vetromile.
Note critiche di Melania Panico – pp. 87  – prezzo: € 12,50
Recensione a cura di Raffaele Piazza Pubblicata su: Literary nr. 5/2018

Copertina di Laura Bruno

Poesie per un compleanno

POESIE PER UN COMPLEANNO a cura di Max Ponte, edita da PAGINAUNO.

POESIE PER UN COMPLEANNO è un’opera tematica ed eccezionale, che affronta in versi uno dei periodi cruciali della nostra esistenza.

E lo fa attraverso le voci di 47 grandi nomi della poesia italiana ed internazionale: una selezione di poeti che si sono distinti negli ultimi anni e una di poeti emergenti.

Quando diversa dall’italiano, la pubblicazione presenta, in appendice, anche i testi in lingua originale (francese, rumeno, russo, portoghese e spagnolo), per restituire al lettore la voce vera del poeta.

Il libro inaugura la collana di poesia LA SPOSA DEL DESERTO diretta da Max Ponte che proporrà ai lettori alcune fra le migliori produzioni poetiche italiane e straniere.

I 47 autori di #PoesiePerUnCompleanno:
Maram Al Masri, Maria Grazia Calandrone, Tomaso Kemeny, Savina Dolores Massa, Suzanne Dracius, Gabriela Fantato, Evelina Schatz, Gian Ruggero Manzoni, Caterina Davinio, Francesca Tini Brunozzi, Alberto Manzoli, Flaminia Cruciani, Paola Casulli, Barbara Bracci, Geo Vasile, Silvia Rosa, Stefano Bandera, Valentina Colonna, Alessandra Corbetta, Danilo Torrito, Wiliam Farnesi, Liliana Fantini, Mario Parodi, Beppe Ratti, Donatella Lessio, Leo Bollettini, Valeria Bianchi Mian, Bruno Giovetti, Alejandra Craules Breton, Lucia Longo, Paola Zan, Valentina Cravero, Mara Chemini, Carlotta Sciuto, Patrizia Argentino, Enrica Merlo, Ennio Onnis, Alfredo Rienzi, Jonida Prifti, Acelya Yonac, Darie Ducan, Lucia Grassiccia, Enza Lasalandra, Chiara Tampone, Carolina Navarro, Andrea Laiolo, Max Ponte.

Disegno di copertina di Daniela Mologni

Il mio testo, contributo all’antologia

In un punto di verde 
recito i tuoi occhi. E lì si ferma la voce
in quell’unico giorno di architetture e stanze, giorno 
allagato in
continenti d’acqua
sottratto alle strade,

                              all’accaduta notte che finge grandezza.

Il tuo viso mi scorre, colmo di spifferi 
in processione lentissima e santa 
fino al tiepido bacio. 

L’augurio è sulla nuca,
tra i capelli e la finestra
quel po’ di penombra
a soffiarci via la segretezza degli anni
tuoi
in cui benedico i miei
per restarci accanto.

Paola Casulli
INCANTOerrante

copertina del libro

POESIE PER UN COMPLEANNO
a cura di Max Ponte, edita da PAGINAUNO

Maternità Marina

AA.VV. Maternità marina a cura di Silvia Rosa e Valeria Bianchi Mian
Fotografie: Silvia Rosa     Illustrazioni: Valeria Bianchi Mian
Terra d’Ulivi Edizioni

32 poetesse lasciano in solchi, che sanno di mare e di sale, i propri versi su ciò che da sempre affascina particolarmente lo spirito dei poeti: il mare e la maternità.

Maternità Marina è l’antologia poetica curata da Valeria Bianchi Mian e Silvia Rosa.

Di Silvia sono gli scatti fotografici mentre di Valeria sono gli inserti grafici elaborati in post produzione e i magnifici acquerelli.

Le pagine, del colore della sabbia dorata, accolgono voci diverse tra loro ma tutte ugualmente ricche di suggestioni e molteplici spunti di riflessione.

La figura della madre, topos della letteratura di ogni tempo e di ogni luogo, è in questa raccolta straordinaria e complessa, psicanalitica, ironica e toccante, una riflessione sulla complessa affermazione della donna e della sua creatività sotto forma di maternità figurata più che biologica.

La figura materna qui si infrange (e mi piace usare un verbo che rimandi all’onda marina) a favore di una potenzialità dell’immaginazione, come forma simbolica e filosofica della creazione. Un forza atavica dalla quale la sensazione di perdita o di doloroso spaesamento può divenire rinascita metaforica.

Altro elemento peculiare del libro è il richiamo al mare come buio grembo universale.

Da Kavafis a Rimbaud, da Quasimodo a Pessoa sono tanti gli esempi celebri che hanno fatto riferimento al mare come metafora dell’infinito, qualcosa che affascina ma spaventa; quell’elemento oscuro che si presta ad essere caricato di significati allegorici capace di disporre del destino degli uomini.

Ma il mare nell’antologia è anche luogo di spoliazione in cui riporre la maschera e mettersi a nudo; dove vige la capacità di mettersi al mondo oltre che di mettere al mondo dei figli.

Maternità marina: testo di Paola Casulli

Testi di:
Franca Alaimo, Vera Bonaccini, Angela Bonanno, Claudia Brigato, Martina Campi, Paola Casulli, Mirella Ciprea Crapanzano, Flaminia Cruciani, Alessia D’Errigo, Lella De Marchi, Francesca Del Moro, Laura Di Corcia, Claudia Di Palma, Alba Gnazi, Ksenja Laginja, Anna Lamberti-Bocconi, Daìta Martinez, Silvia Maria Molesini, Gabriella Montanari, Renata Morresi, Daniela Pericone, Valeria Raimondi, Anna Ruotolo, Silvia Secco, Francesca Serragnoli, Enza Silvestrini, Claudia Sogno, Alma Spina, Antonella Taravella, Claudia Zironi

Maternità marina (Terra d’ulivi edizioni 2020)
Postfazione di Sandra Baruzzi

Copertina Maternità marina

Paola Casulli

@IncantoErrante

Timeless e la Carpa d’oro

La carpa, koi in giapponese

trova le sue origini nel XIX secolo nella prefettura di Niigata. Oggi è uno dei pesci più apprezzati per la sua bellezza.

Originariamente importate dalla Cinale carpe in Giappone denominate Magoi venivano immesse nell’acqua stagnante delle risaie

con lo scopo di tenere pulito il fondo così come mangiare insetti e larve che in qualche modo avessero potuto intaccare le coltivazioni.

Iniziò così il vero e proprio allevamento della carpa comune che durò fino al 1820 circa quando, nell’area di Yamakoshi alcuni allevatori si accorsero che alcune carpe stavano iniziando a presentare qualche macchia colorata sulla pelle del dorso.

Da quel momento in poi sperimentarono numerosi incroci ed accoppiamenti programmati che dettero luogo ad innumerevoli mutazioni, portando le carpe giapponesi ad essere rinominate come

Nishikigoi fino a raggiungere, ad oggi, molteplici varietà ufficialmente riconosciute e denominate.

#Nishikigoi 2

La carpa, per la sua capacità di nuotare controcorrente, simboleggia la perseveranza e la forza di superare le avversità con la sola forza della volontà e di come ognuno di noi, grazie ai propri sforzi e sacrifici, possa arrivare a compiere grandi imprese.

Una leggenda cinese narra la risalita di una carpa lungo il Fiume Giallo per arrivare poi alla Porta del Drago superata la quale si trasforma in un dragone acquisendo inoltre il dono dell’immortalità.

#Nishikigoi 3

Spesso rappresentata in delicati e complessi tatuaggi o dipinta sugli aquiloni, In Giappone la carpa si trova in acque calme, ma è sempre rappresentata in movimento contornata da onde d’acqua: questo tipo di rappresentazione suggerisce le virtù di un guerriero, in particolare moduli coraggio e, per la sua capacità, trovandosi sul tagliere in attesa di essere mutilata ed uccisa di restare immobile, impassibile e fiera, ricorda l’atteggiamento dei samurai in attesa dell’esecuzione.

Le carpe giapponesi si distinguono per colorazione, decolorazione e qualità di scaglie.

I colori più diffusi sono bianco, nero, blu, giallo, rosso e crema ma le combinazioni dei colori, che possono essere sia a tinta unita che a macchie, sono moltissimi.

#Nishikigoi 4

Nelle 4 fotografie in mostra per Timeless, ho voluto mettere in risalto la carpa color oro che nuota in acque nere a rappresentare il colore della divinità presente come forza e energia nascosta nell’intimità d’ogni uomo.

#Nishikigoi 5

Paola Casulli

@IncantoErrante

TIMELESS

IL TEMPO, L’ORO DEI DEMIURGHI

Il tempo si sviluppa per strutture complesse, in ordine verticale.

Ogni volta che può genera un ramo nuovo all’albero della vita educandoci all’impermanenza, plasmando i ritorni della storia.
E noi siamo il suo tableau vivant con la consapevolezza di non essere immortali. Siamo un’immagine posta davanti al suo bizzarro apparecchio di legno e il suo occhio dietro il drappo di velluto ci irrigidisce i volti trasformandoci in ritratti, liquidi solo negli occhi, e in cui ciascuno cercherà con tutto se stesso di trovare tracce di eterno.
E così che viviamo, concentrati sulla parte più intima di noi stessi, sprigionando incaute sfide nel tentativo di percepire la nostra alterità negli occhi dei nostri simili, anche se a volte nessuno risponde.

Ma cosa succede se il tempo diventa orizzontale e cancella ogni nostro desiderio, aspirazione, equilibrio stabile, punto di riferimento e diventa un viaggio in una notte consapevolmente senza alba?
L’assenza di un momento epifanico che ci assolva?
Quando acquista la sua simmetria devastante, dove il quando e il dove si sovrappongono in infiniti piani tutti uguali, dove i benvenuto e gli addii si perpetuano in un’infinità di fluttuazioni minimali e il proiettile esatto e gelido del presentimento arriva a forarti il petto e dirti che ogni cosa ha perso il suo senso?

È allora che l’intuizione di un dettaglio, come uno stato d’ansia, non ci permette di tergiversare, non ci concede neanche il lusso di un raggio di sole. Perché quel raggio sarà sempre lo stesso, sempre il quel punto, a colpire il pavimento al centro della stanza.

Siamo entrati in questo tempo del virus in inverno, quando era ancora tutto buio e quel buio era benedetto. Emanava quell’oscurità che sembrava voler proteggere i nostri gesti come una veste sottile sulla incongruità della nostra volontà. Ma in questi giorni trascorsi, il nostro spostarsi e muoversi entro mura come crisalidi non mutava nella forma, le movenze parevano meno fluide come stuccate nell’inverosimile che ci stava accadendo.

Deviare dalla traiettoria della paura e del consueto anche solo di un centimetro era rivelare l’impossibilità al di sopra della curva di caduta. Ci muovevamo per questo con l’automatismo della perfetta liturgia, con la compatta e densa rivelazione delle cose perdute.

Abbiamo atteso la primavera chiusi nel tepore della speranza come si attende la lievitazione di un impasto protetto dalla sua garza di lino, e si restava a guardia di quel bolo mentre i minuti, le ore, le settimane, i mesi scandivano il deteriorarsi di quella garza, di quella sindone a proteggere il sonno del pane.

Nulla è cambiato.

E si scopre che le stagioni non governano il sacramento dell’attesa ma scandiscono l’irriducibile in una mediocrità grigia, diventano la scienza degli onesti scribi degli stupori e delle inquietudini a scrivere di un destino proibito agli dei perché solo dolorosamente umano.

Le esigenze della clausura, il dormiveglia dei nostri sensi come gechi all’ombra delle fessure nei muri, la solitudine scarnificata nell’essenzialità di un gesto,  diventano l’unica autonomia tollerabile, tutto quanto ciò di cui disponiamo. Quel nodulo d’impazienza evaporato e sciolto nella compulsione di luoghi comuni, di case perfettamente pulite, di abbracci e baci non più incarnanti nell’unità di un corpo ma sospesi come lingue di fuoco, fiori che spuntano dalla roccia, giunchi in attesa della pioggia.

Cosa avremmo dovuto fare? O cosa potremmo fare ora? Se non, ancora e sempre, scendere dal letto con i piedi come radici per tenerci saldi alla terra. Lavarci con le mani come conchiglie per ricevere l’acqua sacra del mattino della vita. Se non insistere e continuare a indossare gli abiti anche senza poter annusare il profumo dell’aria a dettarci i colori per vestire la nostra perdita e la nostra sofferenza. Cosa altro avremmo potuto aggiungere ai nostri giorni già disossati, ogni pensiero che si affina nell’escoriazione del gesto, ogni parola non è che il petalo caduto di una rosa appassita.

Possiamo usare questo nostro rovesciato e compiuto tempo per osservare e percepire il mondo stando fermi sui piedi e lì lasciare trascorrere i respiri e poi come un nuotatore che esca fuori dall’acqua sporgere dal muro liquido dei pensieri.

Vogliamo così disperatamente che tutto continui così com’è, che siamo costretti a credere che le cose rimangano uguali ma dentro di noi sappiamo che è il traballante fondamento su cui edifichiamo le nostre vite.
Eppure, di converso, non c’è ingiustizia nella propria intimità, l’istintuale e l’etico coincidono in un autoritratto di evidente semplicità.
È come uno schizzo tratteggiato con una matita grassa o a carboncino. Poche linee con mano fermissima a tratteggiare la nostra più intima essenza. Un disegno di te stesso, di chi sei veramente, come se solo al fondo delle cose, quando si sono finite le parole, si è scarnificato il pensiero, allora, solo allora, si possa giungere alla verità.

È questa l’opera del tempo. 

È questa l’opera del Noi che si risveglia dalla nostre esistenze assonnate e diventa l’oro sui polpastrelli dei demiurghi. L’utopia che diventa lucida esattezza. Forma e sostanza che stanno in eterno equilibrio.
Attimo dopo attimo, nelle mani compassionevoli del tempo possiamo comprendere la vita come una danza di forme transitorie.
E non averne più paura.

Non sta forse cambiando tutto: le foglie sugli alberi del giardino, la luce nella stanza mentre leggiamo queste parole, le stagioni, la gente che passa per strada, gli amici, i luoghi d’infanzia, le certezze e le opinioni. Le cellule del nostro corpo. Il nostro umore, il nostro flusso mentale?

È sempre una questione di tempo. 

Ed è proprio lì, su quel ciglio esiguo del “nulla è solido o durevole”, che il tempo ci porta il proprio paesaggio interiore, un paesaggio che muta solo illusoriamente, come un universo specchiato nell’acqua è un’immagine labile che gioca con la dissolvenza. È diafano, ingannevole. Una fugace scena dai contorni sfuggenti.

Siamo noi che si vive e si muore. Siamo noi la transumanza, i convitati, il tumulto in cielo, la traccia consueta, la perla abissale. La tensione rivelatrice.

Impariamo a fare il pane, scrivere nuovi codici per nuovi sacerdoti. Corriamo nell’oro opaco di un campo di grano increspato al vento dell’estate che verrà. Tracciamo un nuovo, salvifico vademecum per dare al Tempo la purezza della nostra carne.

Paola Casulli

5 Sensi Per Un Albero

“Cinque sensi per un albero” di AA.VV. a cura di Grazia Calanna – L’EstroVerso –

“… ho pensato – tanto più in un delicatissimo momento storico qual è quello che stiamo vivendo, per riflettere più estesamente su quello che (a proposito di salute, non esclusivamente fisica) ci aspetta (e ci spetta) – di rivolgere un invito a scrivere (fotografare o dipingere o disegnare) per gli “Alberi” la cui esistenza è indissolubilmente legata alla nostra. Alberi senza i quali, non possiamo ignorarlo, la vita non sarebbe possibile. Alberi, creature dalla mobilità invisibile, “Dei”, capaci, come comprovato da numerosi studi, di comunicare per il tramite di un esteso “vocabolario di odori”. Maestri. Esseri esemplari, solidali, dalla “sensibilità” singolare, conoscitori della legge primigenia dell’esistenza, dai quali abbiamo moltissimo da imparare. Il risultato è un testo corale che coinvolge in pienezza i nostri sensi, i nostri sentimenti. Un “si” come un inno alla vita, contro ogni sorta di abuso perpetrato (anche) mediante l’uso smodato e incontrollato della tecnologia. Senza voler essere contraddittori la nostra voce – attraversato il “tema” in modo trasversale e senza toni “predicatori” che non condurrebbero da nessuna parte – desidera avere valore unanime oltreché a favore della vita tutta, a favore dell’esserci consapevole, consapevolezza senza la quale nessun riparo è (o sarà mai) possibile.”

Questo brano che riporto dal blog dell’EstroVerso, è l’introduzione all’antologia della curatrice del progetto, Grazia Calanna.

Progetto a cui partecipo anche io con grande gioia oltre al piacere di potermi accostare ai grandi nomi della poesia italiana presenti nel libro.
Ognuno di loro con una poesia, un racconto, un saggio, una fotografia o un’ illustrazione, ha espresso la propria visione.

Io ho deciso, dopo lunghe riflessioni, di non scrivere una poesia, strumento consueto e caro quasi sempre quando ho bisogno di fermare sulla carta impressioni e sensazioni,  ma quasi un racconto. Una sorta di prosa poetica.
E ho scelto il tema dell’Albero della Vita.

Albero mistico e magico, è un argomento che ha sempre attratto la mia curiosità e la mia attenzione per i suoi molteplici significati nelle numerose culture fin da tempi molto antichi.

Nella Cabala, ad esempio, e nel misticismo ebraico, l’Albero della Vita è un simbolo fondamentale e, formato da dieci nodi interconnessi tra loro, rappresenta l’obiettivo di riportare armonia in tutta la Creazione, con un flusso costante di interconnessione dal Divino alla Terra e con il ritorno al Divino.

Nelle Scritture l’Albero non ha nome.
Secondo l’esegesi ebraica del Talmud e del Midrashim ci sono differenti opinioni.
Potrebbe essere l’uva come un fico o un cedro.

Nel mio testo l’Albero della Vita connette il mondo in cui viviamo con l’oltretomba o con il paradiso, inteso come stato di benessere spirituale.

La donna protagonista del racconto è la Terra.

Una Madre Natura umanizzata che, in una landa desolata e ghiacciata scopre, come tutta l’umanità che si interroga sul senso delle cose, che allontanarsi da un cuore puro e dalla carità, conduce irrimediabilmente al disagio di scoprirsi nudi e vulnerabili.

L’Albero sostiene il cielo e feconda la Terra. Solo con una profonda unione l’umanità potrà tornare ad essere in pace.

“Sentì il sottile alone dove tutto esisterà di nuovo.
“Adagio”, lei disse al cuore dell’albero.
Il seme che cadde si infilò nella terra
per gli alberi crescenti nella carne e nel sangue.”  (pag.100)

Termino qui il mio articolo con i versi bellissimi di Rilke e una piccola curiosità che  riguarda tutti i nati, come  me, dal 22 Novembre al 1 Dicembre.
Secondo l’oroscopo celtico apparteniamo al segno del Frassino.
I nati sotto il segno del frassino amano affrontare le sfide e soprattutto vincerle. Nessuno li può fermare davanti ai nuovi progetti. Sono delle persone molto determinate, pronte a raggiungere i propri obiettivi, e sono dei leader ideali.. 

“Oh, come desidero ardentemente crescere
Guardo fuori
E l’albero dentro di me cresce”
(Rainer Maria Rilke)

Copertina

@IncantoErrante

VARIAZIONE MADRE, Federico Preziosi

Leonardo scriveva che il buon pittore deve rappresentare essenzialmente due cose: il personaggio e ciò che egli pensa”, “l’omo e il concetto della mente sua”.

È così per Federico Preziosi, buon poeta, che tratteggia le sue figure in modo che non stiano lì solo per rappresentare una condizione, una qualche qualità, ma con il chiaro intento di svelarci il loro pensiero che altro non è che il pensiero del poeta stesso. E se la condizione è quella del femminile, il pensiero è quello ambivalente del mettere in parallelo i due tabù arcaici: l’appropriazione fisica e poi simbolica del potere della madre. Un pensiero peraltro scevro da emozioni che stentino ad affrancarsi dalla tutela della ragione, per quanto i conflitti permangano.

“E sentivo atavico il desiderio di ricongiungermi al tutto:/sarà per questo che ho amato resistere”.

Ci muoviamo nella sfera naturale dei moventi spinoziani, nel volere come potenza riferito alla mente è nell’appetire come sforzo riferito a mente e corpo. Un’origine duplice, tra significati e sensi, da cui nasce ruvida e umanissima, questa sbalorditiva figura di madre. Le sue metamorfosi, i suoi errori, le sue ambiguità, i suoi compromessi, le sue complicità in storie scandite da una inquadratura radente verso il nucleo materico di un’epica quotidiana, dolorosa e densa.

Nulla di ciò che accade tra queste pagine accade in opposizione tra parola e silenzio, dove il silenzio non è quello “prudente e cauto, santuario della saggezza”, ma si fa culla per la verità in sé. La donna di Variazione Madre, prima ancora della madre, ha una tensione inquieta, non perde la loquacità perché considerata un’insidia per la vita senza peccato, ma anzi costituisce un atteggiamento costruito su stratificazioni e accumuli di una parola poetica vitale, intesa come suono, gesto, oralità, corporeità, per poter raccontare con maggiore verità il riflesso delle cose, una chiara e distinta natura, come la donna è e come dovrebbe agire in una necessità di cammino verso il conosci te stesso.

“Non pensavo poter essere madre…/… Sbocciai come donna, senza essere madre pronunciando le labbra al sentire carnale…/… Sentivo parlare il corpo ed il frutto infine venne il principio di tutto…/…Essere una madre e una donna una sola cosa”

Conosci la tua propria natura, o potenza. Il cammino di conoscenza dall’essere prima donna e poi madre, lungi dal portare al perfezionamento, porta però al raggiungimento del proprio destino, del proprio dàimon, inteso come essenza stessa dell’anima.

Un’etica, questa di Preziosi, ispirata alla natura-logos, con strumenti intellettivi inclusi nella struttura emotiva della personalità. Dove per emotivo o emozione si intende indifferentemente anche la passione o il sentimento, fermo restando dal punto di vista psicologico la grande differenza delle definizioni di emozione e sentimento.

“Divenni Figlio, Amore e infine Donna”.

Una poesia che ha le sue radici nella condizione di essere creaturale, nell’opzione che si installa nelle fessure dell’essere spezzato e plurale e lo restituisce nella sua integrità. In un tricotomismo che si può qualificare come corpo, anima e coscienza di sé. Dove donna è il nous legato alla funzione profetica, di precursore che attende e postula ciò per cui esiste e ciò a cui aspira,

“Dinanzi al lui, non volevo fossi io.” Oppure, “resto anonima, ma per te, il mio nome è uno.”

e, quindi, in un certo senso, attrae l’evento.

“Quanto lieve l’atroce sentirsi perdutamente in divenire”

La persona, in quanto donna, è il principio di integrazione che produce l’unità di tutti i piani, una reciproca immanenza cosicché il corpo si spiritualizza e l’anima vive il corporeo. La Madre raccontata dal poeta è il prosopon dell’aspetto psicologico di un essere rivolto verso il proprio mondo interiore, che segue l’evoluzione, passa attraverso le età della propria conoscenza e i gradi di appropriazione della natura di cui è portatore. Fino alla funzione sacra di Essere tellurico, dove la donna viene assimilata alla terra e considerata espressione vivente della sua stessa fecondità; abitata da potenze oscure e terribili, segnata da impulsi aggressivi, trafitta da traumi e conflitti, che divora ed è divorata, essa è tuttavia l’elemento che genera la vita. La Madre di Federico Preziosi, si attesta come lo strumento attraverso cui sopravvive l’antenato totemico e grazie al quale può essere superato il tempo. Nella donna-madre, nella scrittura perturbante di Variazione madre, forse non si prolunga la natura, ma dal corpo femminile, pur lacerato e mutilato, emanano misteriosi effluvi che rendono fertili le fonti segrete della vita.

“…Io sacra Io profana Io succube Io devastata / Io detergo dei desideri un pezzo… / …Io lurida Io sporca come la prima sera / che da sotto la sottana morde e nega.”

Qui il maschile è annientato, o perlomeno è sospeso dall’influenza che esercita sulla über Ich, la coscienza collettiva, con il suo bagaglio di atavismo familiare, razziale, culturale e sociologico. Wilhelm Bousset proclama che la donna è soltanto “un osso in sovrannumero, una porzione di Adamo e una specie di diminutivo”. A questo uomo creatore, all’uomo che forgia l’avvenire, Preziosi antepone l’immagine illuminante, gotica e caustica della donna-madre come oggetto di potenze oscure, impura nella propria natura, quanto candida e ferita, ma anche mistica e ascetica. La Theotókos, di una narrazione laica, che offre la carne in cui viene a porsi il contenuto, la parola, la potenza, l’atto. Questa madre opera incursioni in scenari allucinati, istantanee di mondi compromessi ma riconoscibili come immagini labili che giocano con la dissolvenza. Sono spazi narrativi diafani, ingannevoli. Luoghi di miraggi en trompe l’oeil illusori ma fortemente percettivi che è mediazione visiva di personalità lacerate nel profondo.

I monologhi lucidi, che scandiscono la raccolta con versi lunghi dal respiro prosastico o spezzati in frammenti ritmici, sono la chiave d’accesso a una ricerca linguistica di assoluta densità. Così come l’intensità dell’impatto percettivo esprime nella scrittura di Preziosi, sempre in bilico tra interiorità e resa fenomenica, il bisogno di radicarsi al “qui” e all’”adesso” sospendendo lo stravolgimento dello sguardo da assorto incantamento a concretezza visionaria dell’astrazione.

L’assolutezza e la rarefazione del linguaggio, pur di un retaggio ermetico e con richiami estetizzanti, trasforma la distanza in vicinanza, l’alienazione in realtà circostanziata per rendere affatto innocua la carica eversiva e liberatoria della parola. Uno stile forse impermeabile alle definizioni tanto il poeta Preziosi ripulisce la parola da una spazialità miniaturizzata per renderla enfatica e ipnotica. Attraverso ambiguità e ambivalenze che ribaltano figurazioni straniate, geometrie controllate e sospese per accogliere un verso teatralizzato e funambolico dove la rivelazione di sé, come madre, eclissa definitamente il soggetto lirico di chi scrive a favore di una  estremizzazione dove il travestimento dell’Io personaggio occupa tutta la scena. Un verso a mio parere dunque orfico, decadente, intimista della poesia, da un lato, e forte di un dinamismo che articola il linguaggio in polifonia, un sapiente montaggio di voci e punti di vista che supera i confini tra i generi ricavando una poesia che, alla scoperta del corpo e del significato di madre, si ibrida sul farsi spazio al frammentarsi del soggetto, a suggestioni oniriche, pulsioni psichiche e erotiche, traumi irrisolti, affioramento dell’inconscio, realismo psicologico, a quella fenomenicità spoglia del proprio proporsi. Polarità risolte con la potenza di un magma verbale di innegabile incisività in cui la frantumazione del tempo è ricomposizione in unità. Dove il viaggio erratico, deterritorializzato e nomade, è ricomposto nel verso alla ricerca di un altrove dove la madre va al di là del proprio essere, il suo carisma di espansione la fa guardare al di là di se stessa.

Quella che la vecchia religiosa ne I Demoni di Dostoevskij dice che è “l’umida terra”, non facendo altro che designare questo elemento della maternità nel suo aspetto cosmico di terra madre, dell’anima che genera i cosmi. La forza femminile che accorda e sublima ogni istinto di vita.

Variazione Madre

Paola Casulli

@IncantoErrante

Brevemente risplendiamo sulla terra

Ho amato Ocean Vương, poeta e scrittore vietnamita, già per la sua prima, splendente raccolta di poesie Cielo notturno con fori d’uscita per la quale nel 2017 aveva ricevuto il prestigioso T. S. Eliot Poetry Award. Una collezione di 35 poesie che parlano di migrazione, guerra, violenza, sesso, omosessualità. Lo stesso Michael Cunningham, nella prefazione, lo aveva definito un nuovo grande poeta e aveva descritto le sue poesie al contempo liriche e colloquiali.

Un giorno amerò Ocean Vương

Ocean, non avere paura.
La fine della strada è tanto distante

che è già alle nostre spalle.
Niente paura. Tuo padre è tuo padre soltanto
finché uno di voi non se ne dimentica. Come le vertebre
non si ricorderanno le proprie ali
a dispetto di tutte le volte che le tue ginocchia
baceranno il lastrico. Ocean,
mi ascolti? La parte più bella
del tuo corpo è ovunque
si proietta l’ombra di tua madre.
Ecco la casa con l’infanzia
ridotta a un unico cavetto rosso, innesco di mina.
Niente paura. Basta che lo chiami orizzonte
& non lo raggiungerai mai.
Ecco l’oggi. Salta. Ti garantisco non è
una scialuppa di salvataggio. Ecco l’uomo
dalle braccia ampie abbastanza da accogliere
il tuo andartene. & ecco l’attimo
subito dopo spente le luci, in cui ancora scorgi
la flebile fiaccola tra le sue gambe.
E come la usi, ripetutamente,
per ritrovare le tue mani.
Hai chiesto un’altra chance
& ti viene concessa una bocca da cui svuotarti.
Non avere paura, gli spari
sono solo il rumore di gente
che cerca di vivere un po’ più a lungo
& non ce la fa. Ocean. Ocean –
alzati. La parte più bella del tuo corpo
è il luogo verso cui si dirige. & ricorda,
la solitudine è comunque tempo trascorso
insieme al mondo. Ecco
la stanza in cui ci sono tutti.
Gli amici morti che ti
attraversano come il vento
che soffia tra i sonagli a vento. Ecco una scrivania
con la gamba zoppa & un mattone

per farla durare. Sì, ecco una stanza
così calda & vicina al sangue
che giuro, ti sveglierai –
& crederai che questi muri
siano pelle.

Un giorno amerò Ocean Vương, pag.177 (Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan) da “Cielo notturno con fori d’uscita”, La nave di Teseo, 2017

Non si può non amarlo ora, nel suo romanzo d’esordio, Brevemente risplendiamo sulla terra (On earth we’re briefly gorgeous). Anche qui, lirismo e discorsività collidono in modo potente e profondamente toccante. Solo che qui le immagini, così virulente dei suoi versi, trovano l’ampio respiro della prosa che fa da controcanto al dolore sommesso di chi chiede una tregua alla mostruosità umana della guerra, delle bombe e del Napalm.

Interessante il fatto che il titolo del romanzo sia il titolo di una delle poesie, tradotto nella versione italiana della raccolta come: “Sulla terra saremo per breve tempi stupendi”. In questo caso la traduzione è letterale e non interpretativa.

La storia di Ocean comincia negli anni Cinquanta, quando un ragazzo del Michigan si arruola nell’esercito statunitense e parte alla volta del Vietnam. Lui, che sarebbe diventato il nonno di Ocean, giunge in Vietnam e si innamora di una ragazza analfabeta delle risaie, dando alla luce tre bambine. Una di loro è la madre di Ocean, che con la caduta di Saigon è affidata a un orfanotrofio, per sfuggire alle persecuzioni del regime comunista. A 18 anni, la ragazza dà alla luce il piccolo Ocean. Ma è proprio in quei giorni che un poliziotto riconosce nei tratti della madre di Ocean una donna di razza mista, denunciandola e determinandone l’esilio dal Paese. Ocean e sua madre sono costretti a lasciare Saigon e a fuggire nelle Filippine, dove trascorrono alcuni mesi in un campo profughi con la prospettiva di partire alla volta degli Stati Uniti. Nel 1990 Ocean Vuong raggiunge gli Stati Uniti insieme alla madre e alla nonna Lang.

Little Dog, il protagonista di questo romanzo sperimentale di grande tensione, scrive una lunghissima lettera alla madre Rose, chiamata semplicemente Ma. Nel commovente dettaglio, affatto trascurabile che Ma non sa leggere e che dunque mai leggerà la lettera del figlio, si scorge l’elemento che rende il libro una sorta di documentario interiore in cui Little Dog traccia la storia della sua famiglia, segnata dalla guerra del Vietnam e dall’emigrazione negli Stati Uniti. 

Ciao Ma’,
ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto lì è una parola in più che allontana.  Scrivo per tornare indietro nel tempo, a quella piazzola di sosta in Virginia, dove in preda all’orrore ti sei messa a fissare quel cervo imbalsamato appeso sopra il distributore di bevande in lattina accanto ai bagni, le sue corna che ti ombreggiavano il viso. In macchina hai continuato a scuotere la testa. “Non capisco perché farlo. Non lo vedono che è un cadavere? Un cadavere deve andar via, non può rimanere appeso in quel modo per sempre.” Adesso ripenso a quel cervo, a come lo hai fissato negli occhi vitrei e neri trovando il tuo riflesso, trovando tutto il tuo corpo distorto in quello specchio inanime. Mi accorgo che a scuoterti non era stato quell’animale decapitato e appeso in maniera grottesca, ma la tassidermia che incarnava una morte che non finiva mai, una morte che continua a morire mentre ci passiamo accanto per svuotarci la vescica. Ti scrivo perché mi hanno detto di non iniziare mai una frase con perché. Ma non stavo cercando di formulare una frase, stavo solo cercando di liberarmi. Perché la libertà, almeno così dicono, non è altro che la distanza tra un cacciatore e la preda.”

Impossibile dunque non ravvisare un percorso fortemente autobiografico quello di Ocean Vương che, identificandosi con Little Dog alter ego dello scrittore, traccia la storia di una sopravvivenza individuale e collettiva non più alla guerra e al comunismo del luogo di origine ma all’emarginazione e all’intolleranza del luogo di destinazione. E lo fa affermando, con immagini indelebili che resteranno a lungo impresse nella memoria del lettore, quanto il personale sia inscindibile dal politico, come a dire che non si possono separare le nostre esistenze personali dal mondo in cui le viviamo. Ma lo fa anche convinto che un passato ereditato nel sangue possa diventare un presente dove piccoli frammenti di atti d’amore e di resilienza sono riverberi di bellezza tanto fragili e brevi quanto capaci di brillare anche nella solitudine e entro i confini dell’alterità. Un passo struggente descrive l’abitudine della madre di far bere al piccolo Little Dog bicchieri di latte americano per farlo crescere più solido e sicuro e Little Dog pensa: “Sto bevendo luce, pensavo. Mi sto riempiendo di luce. Il latte avrebbe cancellato tutto il buio dentro di me con una inondazione luminosa.

I piccoli gesti d’amore, ai quali spesso si attribuisce una valenza miracolosa, e il rapporto simbiotico con la madre, sono ciò che si innesta come un fiore d’innocenza da preservare e custodire in questa storia di miseria, immigrazione e crudeltà dell’American Dream. “Ricordo di aver pensato che quello era il sogno americano mentre la neve scoppiettava contro la finestra e scendeva la notte, e noi andavamo a dormire, uno accanto all’altro, le membra incastrate intanto che le sirene gemevano nelle strade, le pance piene di pane e “burro”.

Molti i temi e le ossessioni che accomunano i due libri, quello di poesia e il romanzoLa violenza, l’identità, il riscatto, il corpo e l’appartenenza etnica. L’esclusione da una società, l’estraneità, la discriminazione, la dipendenza dalla droga dalla quale Vương dice di esserne uscito quando è entrato in una biblioteca e ha aperto un libro di Primo Levi che lo ha salvato. Anche la sua stessa identità e la “queerness” saranno il leitmotiv del romanzo. Ma non vissute come mascolinità tossica, omofobia interiorizzata, difficoltà ad accettarsi schiacciato dal peso della paura, vergogna e aspettative altrui. La sua omosessualità da prima odiata è alla fine inglobata.

In un’intervista a cura dello scrittore canadese Spencer Quong, rilasciata per il “The Paris Review”, alla riflessione sul fatto che il romanzo fa luce sull’amore e sul sesso tra uomini, tra un ragazzo bianco e un ragazzo asiatico in America, in particolare, Ocean risponde così: “Volevo arrivare alla gioia strana, ma ho scoperto che volevo farlo senza rinunciare alla presenza reale e perenne del pericolo che i corpi queer affrontano semplicemente esistendo. C’è una chiamata, giustamente, per la letteratura a fare più spazio alla gioia strana, o forse ancora più radicalmente, alla stranezza. Ma non volevo rispondere a quella chiamata creando una falsa utopia, perché la sicurezza è ancora rara ed estranea alle esperienze delle persone strane che amo, che sono anche spesso povere e sottoservite. Non volevo fingere di essere felice solo perché le persone eterosessuali erano stanche o annoiate della nostra lotta. Il romanzo insiste sul fatto che esiste il potere e, con esso, il libero arbitrio nella sopravvivenza – che include le tensioni interrazziali di cui parli – perché il trauma è ancora una realtà integrale per le persone queer. Ma questi corpi conoscono la gioia e la conoscono riconoscendo e onorando le tribolazioni sopravvissute. Spesso pensiamo alla sopravvivenza come a qualcosa che ci succede semplicemente, che forse siamo fortunati ad avere. Ma mi piace pensare alla sopravvivenza come risultato di un’autoconoscenza attiva, e ancor più di una forza creativa.”

E ancora, in un’altra intervista rilasciata per Vanity Fair, alla domanda se il suo corpo queer è sempre al centro della sua arte, Vương dice: “Non so se ne è il centro, ma ne è di sicuro il filtro, gli occhiali attraverso cui guardare tutto il resto. Da bambino pensavo che il mio corpo fosse un handicap. Oggi sono incredibilmente grato di avere questo sguardo. La queerness richiede sempre qualcosa di più, pretende sempre che qualcosa si trasformi. E quale modo migliore, per uno scrittore, che essere sempre pronto al fatto che il mondo possa cambiare davanti ai tuoi occhi?».

In questa storia in cui Little Dog/Ocean si integra senza rinnegarsi, si adegua senza perdersi, tutto è concepito attraverso una grande intensità e grazia e il giovane scrittore mette in campo un linguaggio tra estetica e emotività di forte sperimentazione espressiva. Da un utilizzo di immagini e metafore, come quella delle fragili farfalle monarca e dei loro viaggi, simbolo di tutti i fenomeni migratori, lo scrittore progredisce nella narrazione elaborando una scrittura sempre più concettuale, che diventa pura arte, elevando il trauma personale a pura poesia.

Non so cosa sto dicendo. Penso di voler dire che a volte non so cosa o chi siamo. Ci sono giorni in cui mi sento un essere umano, mentre altre volte mi sento più come un suono. Tocco il mondo non a partire da me stesso, ma dall’eco di quel che un tempo sono stato. Riesci già a sentirmi? Riesci a leggermi?

Vương, nel romanzo, utilizza la struttura kishōtenketsu, o trama senza conflitto, delle classiche narrazioni cinesi, coreane e giapponesi. La tecnica permette di avanzare nella storia procedendo attraverso quattro atti in cui il Ki è l’introduzione. Vengono stabiliti il carattere, l’impostazione, la situazione e altri elementi di base. Shō è lo sviluppo. Un’espansione dell’introduzione del primo atto. Non si verificano cambiamenti importanti. Ten è il Twist, il terzo atto. La storia si trasforma in una situazione contrastante, apparentemente separata. Ketsu è la conclusione. La storia si risolve, collegando tutti gli atti.

La chiave del kishōtenketsu è il Dieci che rappresenta un contrasto. Questo potrebbe generare nel lettore un senso di caos perché apparentemente privo di senso. La storia, dal carattere e dalla situazione stabiliti nel primo e nel secondo atto, gira verso uno sviluppo inaspettato. Questo è il punto cruciale della storia, lo yama ( ヤ マ ) o climax. In caso di più svolte nella narrativa, questa è la più grande. Questa terza parte, dunque, non è parte integrante della risoluzione della trama o dello sviluppo narrativo come nelle strutture occidentali. Solo nel quarto atto, infatti, la dislocazione del terzo atto è riunita per risolvere una connessione narrativa completa con la prima parte della storia.

Tutto, dal linguaggio alla vita di Ocean e dunque di Little Dog, l’evento traumatico, che segna una frattura nel tempo, ad un certo punto implode e si spezzetta per ricomporsi in un nuovo atto. 

Nel mondo occidentale vogliamo il trionfo o l’apocalisse, e abbiamo moltissime persone che, all’interno di questo panorama drammatizzato, soffrono di depressione. La cosa migliore non è avere un giorno felice o uno triste, ma un giorno viola, che è rosso e blu mescolati insieme. Mi chiedo se, nel 21° secolo, non sia molto più radicale desiderare semplicemente un giorno ok.”

copertina del libro

Paola Casulli

@IncantoErrante

JUST ANOTHER STAGE

JUST ANOTHER STAGE, la via dell’infinito
Esposizione d’arte 
29 Febbraio 15 marzo 2020 
Castello del Monferrato

In occasione della giornata mondiale della donna, la città di Casale Monferrato, l’Assessorato alla Cultura, l’Assessore alla Cultura Gigliola Fracchia e Paola Casulli, bibliotecaria della Giovanni Canna, in qualità di ideatrice e curatrice, propongono una mostra d’arte contemporanea dove le autrici, artiste professioniste, esplorano un’immagine del femminile non usuale: un’occasione per tutti di mettere in discussione stereotipi e ideali, e lasciarsi sorprendere.

Il titolo della mostra è “Just another stage, la via dell’infinito”. 

Attraverso la fotografia, la scultura e due istallazioni, le artiste rappresentano le 7 età della vita di una donna: Concepimento/Nascita, infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia, morte. La settima stanza, quella del titolo, nominata dall’ ”Another”/”l’altra”, è la rinascita, la stanza in più, il giardino segreto in cui ogni donna custodisce le energie  necessarie come la forza, la determinazione e il coraggio per rinnovarsi sempre e comunque. Il numero 7, il numero sacro per eccellenza, considerato l’emblema della pienezza spirituale e cosmica, è chiamato a rappresentare l’energia femminile che, fluida, ricettiva e creativa, si espande, attraversa tutte le creature generandole, in un ciclo continuo. Da qui il sottotitolo, la via dell’infinito. Il percorso tracciato sarà comunque fuori dal solito affresco di eroine affrante e sottomesse, vittime di violenza e sopraffazione. Just another stage vuole essere la storia in cui ognuna di noi dice chi è davvero attraverso le età nelle quali ognuna di noi deve confrontarsi ma non mostrando confini e limiti, ostacoli o vincoli culturali. JAS è il tentativo di definirli e superarli, alla ricerca, attraverso miti e archetipi, di quella presenza invisibile eppure campo magnetico potente, che contiene in sé la potenziale pluralità simbolica e numinosa della donna. Recuperare quel mondo vivissimo, sorprendente e complesso che merita di essere rivelato. Ripristinare il contatto con la perduta sapienza interiore, superando la riduttività di un discorso razionale, affinché la vita non abbia una sola dimensione. 

Un’avventura collettiva, questa Just Another Stage, che osa volere una vita più felice perché più libera.

Fotografie di: 

Alle Bonicalzi, Marina Caccia, Anne Conway, Donatella D’Angelo, Cecilia Gioria, Petra Probst, Isabella Sommati, Marina Tomasi

Sculture di:

Anna Galli, Silvana Marra, Florine Offergelt, Mariagrazia Degrandi

Installazioni di: 

Elena Caterina Doria, Cate Maggia

In esposizione anche fotografie di Paola Casulli 

La mostra si terrà al secondo piano del Castello del Monferrato e sarà inaugurata sabato 29 febbraio ore 16.00. Terminerà domenica 15 marzo ore 19.00

All’interno della mostra ci saranno due esposizioni concomitanti che, pur rientrando entrambe sotto l’iniziativa fucsia di JAS, si presentano con modalità espressive e contenuti diversi, apportando ognuno un ben definito e ulteriore aspetto del pianeta donna. 

Il primo progetto fotografico prevede l’esposizione di Enrico Minasso, fotografo professionista di Acqui Terme, che da anni si occupa di reportage antropologici, fotografia pubblicitaria, fotografia industriale e da cerimonia. Attraverso la presentazione di storie di emancipazione di donne italiane, di donne africane emigrate in Piemonte, il progetto “Il Femminile di Uguale” vuole stimolare una discussione in seno alla società su tematiche legate alla Parità di Genere, analizzare stereotipi e pregiudizi culturali e individuare elementi positivi che favoriscano l’emancipazione femminile. Il progetto è presentato dalla Cooperativa Sociale CrescereInsieme e la ONG Amici del Mondo World Friends, cofinanziato dall’Unione Europea e dalla Regione Piemonte e implementato in Italia dal Partner Consorzio ONG Piemontesi.

Il secondo progetto fotografico, contro la violenza sulle donne, si intitola “DONNE INCARTATE” e nasce dall’esigenza di due fotografi professionisti, Alessandro Magagna e Laura Marinelli, qui come “LIGHTLENS” duo, di gridare un forte “NO”! ,Un “urlo visivo”, di grande impatto emozionale, celato dietro alla grazia, alla delicatezza e alle metafore dei loro scatti. I due fotografi “incartano” qui le donne nell’unico modo da loro concepito. Le avvolgono con diversi tipi di carta per esaltarne le caratteristiche, per dire che sono un “dono” al mondo.

Il progetto è stato realizzato a “quattro mani” attraverso un’accurata scelta dei tipi di carta, la realizzazione manuale dei vestiti, un approfondito studio della composizione fotografica e delle luci per dare rilievo al significato di ogni scatto e di ogni creazione. Niente è stato aggiunto in post produzione. 

Questa esposizione si terrà nel torrione Est del Castello del Monferrato nelle stesse date di JAS, dal 29 febbraio al 15 marzo 2020. 

Il progetto grafico di JUST ANOTHER STAGE è di Elena Caterina Doria. Su uno sfondo fucsia (colore che rappresenta lo schiaffo virtuale alla società per svegliarla dal torpore circa le problematiche della donna), un volto da dea campeggia indossando un paio di occhiali arancioni. Sono 7, come le stanze di JAS, anche gli archetipi che sono legati alle dee che influenzano l’essere donna, il suo sentire ma anche il suo comportamento: ogni donna è legata primariamente alla propria dea originaria, che è quella che ha un’influenza predominante, ma le “possiede” in se potenzialmente tutte. Le lenti color arancione (colore che rappresenta l’essere solare della donna), che la dea in questione indossa, lungi dall’essere solo un elemento ironico, è metafora dello sguardo femminile che, libero dalle catene dello sguardo maschile e maschilista, e attraverso il filtro dell’arte, vuole significare una realtà restituita a se stessa. Quello guardo che, passante attraverso una lente, rende più nitida la visione del racconto del femminile. Inoltre la forma di otto rovesciato rappresenta l’infinito descritto nel sottotitolo. Si è voluto creare anche l’acronimo JAS, sinonimo di immediatezza e velocità dell’arte di entrare nella vita quotidiana senza troppo schemi, che tutti gli artisti hanno apportato sui propri profili social, nelle schede biografiche e nel catalogo delle opere. 

Durante i quindici giorni di Just another stage si terranno negli stessi locali dell’esposizione, eventi culturali a tema. Presentazione di libri, performance artistiche, Reading poetici sul tema delle donne, conferenze, spettacoli musicali, allo scopo di tenere vive le mostre con una sempre costante partecipazione di visitatori e appassionati.

La curatrice Paola Casulli