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IL TEMPO, L’ORO DEI DEMIURGHI

Il tempo si sviluppa per strutture complesse, in ordine verticale.

Ogni volta che può genera un ramo nuovo all’albero della vita educandoci all’impermanenza, plasmando i ritorni della storia.
E noi siamo il suo tableau vivant con la consapevolezza di non essere immortali. Siamo un’immagine posta davanti al suo bizzarro apparecchio di legno e il suo occhio dietro il drappo di velluto ci irrigidisce i volti trasformandoci in ritratti, liquidi solo negli occhi, e in cui ciascuno cercherà con tutto se stesso di trovare tracce di eterno.
E così che viviamo, concentrati sulla parte più intima di noi stessi, sprigionando incaute sfide nel tentativo di percepire la nostra alterità negli occhi dei nostri simili, anche se a volte nessuno risponde.

Ma cosa succede se il tempo diventa orizzontale e cancella ogni nostro desiderio, aspirazione, equilibrio stabile, punto di riferimento e diventa un viaggio in una notte consapevolmente senza alba?
L’assenza di un momento epifanico che ci assolva?
Quando acquista la sua simmetria devastante, dove il quando e il dove si sovrappongono in infiniti piani tutti uguali, dove i benvenuto e gli addii si perpetuano in un’infinità di fluttuazioni minimali e il proiettile esatto e gelido del presentimento arriva a forarti il petto e dirti che ogni cosa ha perso il suo senso?

È allora che l’intuizione di un dettaglio, come uno stato d’ansia, non ci permette di tergiversare, non ci concede neanche il lusso di un raggio di sole. Perché quel raggio sarà sempre lo stesso, sempre il quel punto, a colpire il pavimento al centro della stanza.

Siamo entrati in questo tempo del virus in inverno, quando era ancora tutto buio e quel buio era benedetto. Emanava quell’oscurità che sembrava voler proteggere i nostri gesti come una veste sottile sulla incongruità della nostra volontà. Ma in questi giorni trascorsi, il nostro spostarsi e muoversi entro mura come crisalidi non mutava nella forma, le movenze parevano meno fluide come stuccate nell’inverosimile che ci stava accadendo.

Deviare dalla traiettoria della paura e del consueto anche solo di un centimetro era rivelare l’impossibilità al di sopra della curva di caduta. Ci muovevamo per questo con l’automatismo della perfetta liturgia, con la compatta e densa rivelazione delle cose perdute.

Abbiamo atteso la primavera chiusi nel tepore della speranza come si attende la lievitazione di un impasto protetto dalla sua garza di lino, e si restava a guardia di quel bolo mentre i minuti, le ore, le settimane, i mesi scandivano il deteriorarsi di quella garza, di quella sindone a proteggere il sonno del pane.

Nulla è cambiato.

E si scopre che le stagioni non governano il sacramento dell’attesa ma scandiscono l’irriducibile in una mediocrità grigia, diventano la scienza degli onesti scribi degli stupori e delle inquietudini a scrivere di un destino proibito agli dei perché solo dolorosamente umano.

Le esigenze della clausura, il dormiveglia dei nostri sensi come gechi all’ombra delle fessure nei muri, la solitudine scarnificata nell’essenzialità di un gesto,  diventano l’unica autonomia tollerabile, tutto quanto ciò di cui disponiamo. Quel nodulo d’impazienza evaporato e sciolto nella compulsione di luoghi comuni, di case perfettamente pulite, di abbracci e baci non più incarnanti nell’unità di un corpo ma sospesi come lingue di fuoco, fiori che spuntano dalla roccia, giunchi in attesa della pioggia.

Cosa avremmo dovuto fare? O cosa potremmo fare ora? Se non, ancora e sempre, scendere dal letto con i piedi come radici per tenerci saldi alla terra. Lavarci con le mani come conchiglie per ricevere l’acqua sacra del mattino della vita. Se non insistere e continuare a indossare gli abiti anche senza poter annusare il profumo dell’aria a dettarci i colori per vestire la nostra perdita e la nostra sofferenza. Cosa altro avremmo potuto aggiungere ai nostri giorni già disossati, ogni pensiero che si affina nell’escoriazione del gesto, ogni parola non è che il petalo caduto di una rosa appassita.

Possiamo usare questo nostro rovesciato e compiuto tempo per osservare e percepire il mondo stando fermi sui piedi e lì lasciare trascorrere i respiri e poi come un nuotatore che esca fuori dall’acqua sporgere dal muro liquido dei pensieri.

Vogliamo così disperatamente che tutto continui così com’è, che siamo costretti a credere che le cose rimangano uguali ma dentro di noi sappiamo che è il traballante fondamento su cui edifichiamo le nostre vite.
Eppure, di converso, non c’è ingiustizia nella propria intimità, l’istintuale e l’etico coincidono in un autoritratto di evidente semplicità.
È come uno schizzo tratteggiato con una matita grassa o a carboncino. Poche linee con mano fermissima a tratteggiare la nostra più intima essenza. Un disegno di te stesso, di chi sei veramente, come se solo al fondo delle cose, quando si sono finite le parole, si è scarnificato il pensiero, allora, solo allora, si possa giungere alla verità.

È questa l’opera del tempo. 

È questa l’opera del Noi che si risveglia dalla nostre esistenze assonnate e diventa l’oro sui polpastrelli dei demiurghi. L’utopia che diventa lucida esattezza. Forma e sostanza che stanno in eterno equilibrio.
Attimo dopo attimo, nelle mani compassionevoli del tempo possiamo comprendere la vita come una danza di forme transitorie.
E non averne più paura.

Non sta forse cambiando tutto: le foglie sugli alberi del giardino, la luce nella stanza mentre leggiamo queste parole, le stagioni, la gente che passa per strada, gli amici, i luoghi d’infanzia, le certezze e le opinioni. Le cellule del nostro corpo. Il nostro umore, il nostro flusso mentale?

È sempre una questione di tempo. 

Ed è proprio lì, su quel ciglio esiguo del “nulla è solido o durevole”, che il tempo ci porta il proprio paesaggio interiore, un paesaggio che muta solo illusoriamente, come un universo specchiato nell’acqua è un’immagine labile che gioca con la dissolvenza. È diafano, ingannevole. Una fugace scena dai contorni sfuggenti.

Siamo noi che si vive e si muore. Siamo noi la transumanza, i convitati, il tumulto in cielo, la traccia consueta, la perla abissale. La tensione rivelatrice.

Impariamo a fare il pane, scrivere nuovi codici per nuovi sacerdoti. Corriamo nell’oro opaco di un campo di grano increspato al vento dell’estate che verrà. Tracciamo un nuovo, salvifico vademecum per dare al Tempo la purezza della nostra carne.

Paola Casulli

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