“A volte succede, improvvisamente, inaspettatamente. Si percepisce un suono dietro tutto il rumore, ci si ferma e si ascolta. Nell’eccesso del mondo si trova nella musica uno spazio libero in cui, fosse anche solo per un momento, soffermarsi, prendere fiato”.

È una citazione da un libro di Nooteboom, scrittore olandese che amo tantissimo. Ma se sostituisco poesia a musica mi sorprendo ad assaporare, in questo libro aperto davanti a me, che leggo e rileggo con crescente stupore, un ritmo e una melodia non tanto diversi da quelli scaturiti dallo spartito di un apprezzato compositore, e così simili alla scrittura evocativa e malinconica di un poeta. E il poeta in questione è Grazia Procino.

Il suo libricino bianco, bordato di celeste, dal titolo “E sia”, può entrare in una tasca o in una borsetta ma lo spazio che si apre all’interno è quella soglia che, una volta varcata, proietta in un mondo di rythmós e di energia tensiva che produrranno suggestioni inattese, una sorta di straniamento in un esercizio ricettivo che costringe a rimettere tutto in discussione.

“Da dove venite? Perché mai siete giunti qui? Chi siete?” (pag. 75)

è la prima lezione necessaria per impedirci di disperdere la nostra energia vitale nel  fatalismo delle cose. E se il fatalismo ha due versanti: uno ottimistico o uno pessimistico, quello della Procino è un pensiero ora mitologico, ora estetico, ora arcaico e orientale a fondersi con la luce del mare, con l’azzurro del mondo degli eroi e il regno degli dei. Un mondo elegiaco, funesto, ma anche soave e impetuoso che richiama il rombo dei mari ellenici e il fonema del vento che, spirando dall’Egeo, circonda le isole greche come orizzonti mentali, categorie dello spirito, in una mappa  di voci, di geografie e personaggi che ne costituiscono lo scenario. Un genius loci a cui affidare il pensiero poetico, la ricerca oltre il reale, la tentazione del profondo, il colloquio con la propria coscienza, la rappresentazione di un mondo a più facce, abissale e inabissato, l’invocazione ad Essere contro l’auto-abrogazione dove l’Io e il Dio si scoprono identità minacciate e morenti.

Siamo uomini in preda all’abisso

dell’angoscia, nuovi Odisseo, che

rinunciamo all’immortalità

fieri della propria finitezza effimera”.  (pag. 17)

E se il paesaggio allestisce un palcoscenico per le perorazioni di un’umanità spaesata che grida la propria orfanilità, il gioco linguistico della Procino, applicato alla sua poesia, è un esercizio di alta efficacia, orientato ad una pedagogia dell’essere. L’impianto comunicativo, basato sulla struttura greca con quattro stasimi, un prologo, una monodia e un epilogo, è un espediente colto ma consegna ad una temporalità che è fonte di interrogativi per il riconoscimento finale di chi siamo.

Passiamo una vita intera a cercare il senso.

Qualche testardo continua nell’impresa:

a Cuma interroga la Sibilla

che si gira dall’altra parte

“Chi ha osato disturbarmi?

Io non perdo il mio tempo

d’eternità in ricerche impossibili”  (pag. 30)

Tutti i tropi e i transfer che l’energia dei testi mette in scena possiedono l’indipendenza di una lettura a se stante, una partecipazione estrapolata che diventa la proiezione onirica di solitudini e disagio. La solidità dei testi àncora la passione, come cosa naturale, ad una ricezione silenziosa e concentrata capace di far riaffiorare il fiume carsico dell’alienazione che prevede però, in un processo drammatico e conflittuale, un assenso finale, consente vie d’uscita e zone franche.

Gli oggetti resistono al tempo, ai tempi

alla cenere

alle ceneri.

… i nomi

resistono ai morti

A esergo pongo

“Si cade. Si resiste.

Si resiste. Si cade”.  (pag.67)

Entro il gioco diffuso di spezzatura e di ricomposizione dei versi, la parola poetica di Grazia Procino, viene insieme isolata, sbalzata e svuotata, tagliata fuori dal sistema puramente comunicativo, esposta come una traccia, enigmatica e magmatica, a farsi voce che non occupa solo uno spazio metrico ma coinvolge corde vocali per rivelare spazi di dissenso e cuore per auspicare quell’Arbor felix di nuove vite, un nuovo miracolo da cui far nascere un tempo futuro, una storia che si curva in trascendenza, apre all’orizzonte oltre la notte.

E così Cassandra si sovrappone all’ultima cicala che canta, Orfeo può accogliere riti di rinascita nella grazia della risurrezione, Penelope ritorna alla spiaggia di ciottoli di una Corfù sotto la luce di luglio. Così come nell’uomo Edipo, tutti noi che non sconfiggeremo gli oracoli ma si cade e si resiste proprio in quanti uomini.

INCANTOerrante

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