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Je t’aime. Una Genesi tutta parigina

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Parigi strade della città

Teste lievemente inclinate, un camminare quasi a disagio, i parigini sembrano, con la correttezza delle proporzioni e gli sguardi obliqui, i personaggi di sognante placidità di certi quadri di santi e madonne del mille e duecento.

La conflittualità, l’emotività, lo stesso dialogo o qualsiasi comunicazione concitata, sono solitarie astrattezze contrapposte alle reazioni concrete e incarnate che contraddistinguono gli altri esseri umani.
I parigini vivono il tempo lungo del bianco in cui la ferialità del quotidiano diventa forza profetica, l’estinzione di ogni fallimento, di ogni perdita e il senso breve e volatile del grigio in cui la dimensione domestica fa presagire la forza evocativa di immagini latenti, il lungo accumulo del tempo in divenire.

Sembra quasi che la storia di ognuno di loro è, sì, unica e irripetibile, ma al contempo invisibile e impalpabile perché così poco coinvolta negli eventi in cui pure è radicata o da cui si determina. Sono voci che narrano a bassa voce, occhi che guardano con discrezione. Figure sorridenti, mai sovversive. Inseparabili dai loro destini, assolutamente dipendenti l’uno dall’altro, reciprocamente invertiti in uno spazio senza conflitti, compatibile con l’amore.

É per questo forse che Parigi è la città dell’Amore? Una necessità personale, l’amore, pretende passione e devozione. Fa pensare alla Genesi: c’è del sacro nella sua origine. Una permeabilità alla perfezione. Sembra dire: “quanto è stato creato non potrebbe essere più perfetto”. E si rivela per quella perfezione. Ci riporta alla radice delle parole je t’aime. Come nelle vecchie canzoni… si scopre che ha un ritmo prestabilito, rallentato come un battito che ascolti per la prima volta, antico e vero. Evocato dal sogno.

I parigini ti lasciano quest’eredità inestimabile, il significato dell’amore, come un’esplicitazione drammatica nella transitorietà dell’esserci.
Mi resteranno nella memoria così, con i loro visi indistinguibili, i ritratti sfuggenti, il tono di voce che è appena un sussurro e quell’erre morbida. Un suono delicato, come pietre che, levigate, rotolano in un ruscello senza alcun rumore, è appena un traccia, un dettaglio per costruire un luogo dove voler andare. Dove voler restare. Sicuri e beati. E quel luogo si chiama Parigi!

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