È l’oscurità più densa. Liquida, totale. E in questa oscurità senza sfumature si accendono le mille luci di Manhattan. La luce avvolgente, compatta, quasi surreale dei grattacieli ad avvolgerci man mano che si procede sul ponte di Brooklyn. E noi a diventare ombre in rilievo. Figure smarrite, quasi sollevate da terra, disegnate sull’atlante della notte. Quasi ad annaspare nel vuoto con le spalle graffiate dalle linee di lava a contornare i palazzi alti. Altissimi. Tutti i rumori, i suoni, le sirene delle ambulanze o dei vigili del fuoco o della polizia, riempiono le orecchie di spilli e di grossi lividi violacei all’angolo dei lobi, dentro i timpani. L’acqua giù, sotto il ponte, sembra quasi una scusa, qualcosa che scacci gli incubi assurdi sospesi nella profondità di abissi mai rivelati.
Ma con lui il Caos diventa isola. Angelo nero caduto lontano. Oltre le memorie e la deformazione del vuoto. Il Caos diventa musica. Lento valzer di luci a coprire i passi della paura. La vertigine della fosforescenza, quella che all’improvviso ti prude sotto le dita, in bocca, negli occhi.
E resta solo il freddo, si. Ma di quello buono. A scintillare le mani. Si resta vicini a guardare il mercurio dell’ East River, i riflessi, le schegge di luce. E ci si nutre di una furia selvaggia che implora amore. Una mezza luna schiacciata dalle nostre stesse costole che respirano come fondo di archi da cui si elevi, all’improvviso, il suono di un pianoforte a colmare i giorni, le notti e tutti i confini del mondo.
Siamo solo io e lui, ora. E il fischio acuto e lungo della notte. Veloce come i gabbiani. Se ne siano mai esistiti.

Testo e fotografia di Incanto Errante

 

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