Edizioni Kairos 2012, Euro 10,00 Copertina di Maria Rosaria Vado

Prefazione

Nella luminosità sempre dominante dell’isola d’Ischia questo “poemetto” dona squarci di poesia delicatamente sostenuti dal canto, dalla melodia, dal ritmo. Paola Casulli ha al suo attivo pubblicazioni poetiche di valido spessore e con un bagaglio culturale di tutto rispetto ha saputo destreggiarsi in una autentica vitalità di poetessa.
Qui l’impellenza della intuizione è tesoro nascosto nei tempi e nei luoghi, un poema ella stessa dice “delle cose imperfette”,perché il suo Chirone, fra tutti i centauri violenti e brutali, si distingue per saggezza e pacatezza, e non vuole morire , per creare pennellate multicolori ed immagini metaforicamente lussureggianti. – Un tocco che incontra distanze e riproduce memorie, per territori che spaziano, disegnando con acume la figura contemporanea di un giovanissimo affetto da distrofia muscolare. Questa figura drammatica si intreccia con il racconto mitologico di Chirone, in un tragico destino che si dissolve nella ribellione.
Riflessi emotivi e suggestioni, figure disegnate ai margini della realtà , nella esaltazione della poesia, per sottrarsi ad etichette prestabilite e realizzare una condivisione liricamente risolta ed alla luce di una penetrazione psicologica che rappresenti la capacità di nuovi e sostenuti motivi della fuga dal banale.

Antonio Spagnuolo

Nota dell’autrice

« Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico. Vita è anche la donna che ti lascia, una giornata di pioggia, l’amico che ti delude. […] Purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita, è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche. » (Piergiorgio Welby)

“Chiron dicitur Saturni et philyrae filius esset, et non modo ceteros Centauros, sed homines quoque iustitia superavisse”.
(Il Centauro Chirone, Igino)

Sui temi scomodi dell’eutanasia e dell’accanimento terapeutico, dunque, e della funzione medica come potere dell’uomo sull’uomo in qualunque forma si tratti, nel bene o nel male, si innesta il poemetto “Il Centauro che voleva morire”.
Chirone, fra tutti i centauri violenti e brutali, si distingue per saggezza e pacatezza. Eracle durante la sua lotta con i centauri colpisce, involontariamente con una freccia avvelenata, Chirone al ginocchio. Nonostante le medicazioni, la piaga non si risana provocando atroci dolori al centauro che non poteva morire essendo immortale. Tutta la sua arte medica e la sua grande conoscenza nella cura di ogni sofferenza del corpo non può salvarlo. Prostrato dalla sofferenza chiede a Zeus di porre fine ai suoi giorni. Prometeo si offre di sostituirsi a lui nell’immortalità e, solo allora Zeus gli concede di morire.
Sempre nel poemetto, accanto alla figura mitologica del Centauro, si pone il personaggio, tutt’altro che fittizio ma dolorosamente umano, di Welby. Affetto da distrofia muscolare in forma progressiva dall’età di 16 anni, balzò alle cronache negli ultimi anni di vita quando, gravemente ammalato, nei suoi scritti chiese ripetutamente che venissero interrotte le cure che lo tenevano in vita. La malattia, progredendo lentamente non gli consentì più di parlare, di compiere movimenti costringendolo, nello stadio finale, a stare immobile su un letto, sempre a mente lucida. La vicenda drammatica di Welby e il racconto mitologico di Chirone si intrecciano e si dipanano nella successione di eventi che li accomuna nel tragico destino. Nella libera interpretazione del mito, tuttavia, il centauro, che non viene di fatto mai nominato, ha una valenza femminile. Nel dialogo che intercorre tra i due protagonisti, prima l’uno ora l’altro cercheranno di trovare logica e spiegazione lì dove l’intervento umano si frappone o interferisce con la volontà divina e la cristiana accettazione di quest’ultima in una delle questioni deontologiche più brucianti della medicina moderna. Liberando il concetto e la prassi dell’eutanasia da ogni sospetto di ideologia, ed escludono di riflesso ogni presupposto metafisico. L’autrice non cerca risposte né tenta di darne. Ciò che emerge è solo la richiesta legittima attraverso la voce dei protagonisti, di dignità e senso alla vita umana. Nel poemetto sarà il congiungimento carnale, il ritrovarsi semplicemente come uomo e donna nell’ultimo gesto d’amore prima della fine, ad unire i due personaggi nell’unica sola, vera forza salvifica. Sia dalla sofferenza fisica che da un’etica della società a volte cieca e disumana.

Testi

Sotterranea la paura di vivere.

Tramutata in formulario nervoso

di virgole e spazi. Pochi spazi a rendere giustizia.

Mi guardano i Soli che precipitano dall’equatore

i fiumi lavati via dalle pietre

e le stelle perdono i loro muri di fuoco

arrivando in moltitudini insonni e sciolte sui miei spalti

nel bianco semicerchio della paura.

L’infermità è anagramma di precauzioni inutili

nell’esaurimento della vanità,

nell’esercizio di fascinazioni.

Su questa mattonella dell’ora e dell’adesso sto

cavallo di vetro immutabile e conosciuto.

Mi giungono voci da porte aperte agli angoli della nebbia

in questo ventre d’acciaio risvegliato di mirra

nel mio lento sonno

a guardare con l’unico occhio che spurga

sedie che non ricordano più perché sono qui.

Il mio corpo ciglia vene pelle e anima

vertigini nel regno di molte mandragole.

Vivo non-vivo in un cilindro disadorno

è la mia notte asettica e rarefatta. Una pura illusione.

Non lo sono le mie piaghe e questi occhi anemici

bendati da un discorso superstite.

Ne inghiottono l’intero bacio

della vita che

un tempo era

un tempo ero

Welby.

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