Copertina Mundus Novus di Antonella Iovino

Mundus Novus, edito dalla Del Leone, Venezia, è la seconda pubblicazione di Paola Casulli. Ancora una volta ‹La costante presenza del mare. Un mare invernale, deserto che sparge relitti sulla misteriosa solitudine della spiaggia, e che è percorso da onde corpose di buio, che si configura infine come qualcosa che valica i confini dello stato d’animo e della confessione individuale, per articolarsi nella scarna semplicità di un linguaggio ove i termini si fanno parole quanto più intensa è la pena che li muove e li ravviva›. ‹Non escludendo quella oggettivazione che rimane la misura del grande impegno – morale e poetico – di Emily Dickinson, e che mi sembra presente con amore e con estremo pudore, nelle poesie di Paola Casulli, poesie dal linguaggio così corposo nel suo lessico, così ricco di nudi scatti nella sua sintassi› .
Dalla prefazione di Rudy de Cadaval

Prefazione e testi 

Ho letto i versi che compongono questa prima raccolta poetica di Paola Casulli, Mundus Novus, con una simpatia congeniale: sullo sfondo l’isola di Ischia e il suo mare, che in tempi e modo diverso ha educato la sua infanzia e la mia giovinezza di sogni impossibili e alle ribellioni, a volte smodate, emergeva di continuo ai miei occhi come il giusto spazio delle loro malinconie virili e del loro nobile sdegno.

Potremo chiamare queste poesie di Paola Casulli una confessione individuale? Credo di si, e non vedo perché dovremi rifiutare questa etichetta. Ma è appunto un’etichetta e perciò non elimina il rischio di essere frettolosa, superficiale: come se volesse escludere, subito qualunque ipotesi di oggettivazione, intendo quella oggettivazione che rimane la misura del grande impegno – morale e poetico – di Emily Dickinson, e che mi sembra presente con amore e con estremo pudore, nelle poesie di Paola Casulli.
La costante presenza del mare, ad esempio. Un mare invernale, deserto che sparge relitti sulla misteriosa solitudine della spiaggia, e che è percorso da onde corpose di buio, che si configura infine come qualcosa che valica i confini dello stato d’animo e della confessione individuale, per articolarsi nella scarna semplicità di un linguaggio ove i termini si fanno parole quando più intensa è la pena che li muove e li ravviva.

Puledri bianchi
Hanno occhi di astore
Sigillati nel vento.
Cerco quel mare
Screziato dalle loro criniere,
senza obbedienza e diffidente
cerco il leopardo
sulle note dei loro zoccoli
senza corteccia di luna.

Vedo la conciliante terra.
Umile terra
Che dorme
Sul polso dell’uomo.

Ora; che non sia proprio questa lucida infelicità, la proposta poetica che ci offre la Casulli? Che non consista proprio in essa, il fatto segreto che ci aiuta a muoverci per i labirinti della sua “narrazione”? Infatti, ogni itinerario – e queste poesie sono anche la configurazione di un itinerario che si svolge attraverso oscuri camminamenti – comporta pur sempre la necessità di un filo, appunto che ci aiuti per lo meno a girare da un luogo all’altro del labirinto. Non dico a venirne fuori, perché il viaggio che questa poetessa compie non ha, non vuole avere, un punto d’arrivo. In altre parole, non ha meta né soluzione e, in questo senso, esso è l’indice di una condizione esistenziale sospesa tra un punto di partenza e un improbabile, anzi nemmeno cercato e richiesto, punto d’arrivo. quella lucida, calma infelicità, è l’unico senso del viaggio e, insieme, la consapevolezza dei lunghi perchè che sovrintendono all’impossibilità della meta. Nella Casulli c’è una religiosità tellurica che sta prima dei dogmi e dei concetti e dei buoni sentimenti domenicali. Il suo clima, come ho già evidenziato è l’autunno e l’inverno. Di qui la robustezza antiromantica della immagini che appena potrebbero prendere il volo stabilito dalle canoniche letterarie si rituffano, come gabbiani, nella grigia acqua originaria. Il tempo della Casulli è un tempo immoto di scogli e di pietre e di sabbie. Il gioco illusorio della civiltà tecnologica nemmeno la turba come neppure la seduce la natura coi suoi simboli. Semmai la vince, la natura, l’eterno ritorno che scandisce il ritmo delle onde e svela il ritmo delle vanità e racchiude nel proprio cerchio gli opposti richiami delle nostalgie e delle speranze. Ecco perché non entra in questi versi nemmeno un sorriso di primavera. E tuttavia – ed è qui, mi sembra l’originalità poetica della Casulli – sotto le immagini predilette degli autunni decadenti e degli inverni spogli si slarga un respiro di gioia profonda che xuasi mai si fa trasparente ma introduce un giro delle sapienti costruzioni il calore della vita, di una vita che viene dalle radici dell’esistenza e dalle origini mediterranee. Il pescatore sa che nel fondo del mare, anche se la pesca è avara, sotto le alghe la vita non dorme, ma cova il suo futuro.
E così Paola Casulli ferma i momenti di una realtà denudata da mogni illusione, si abbandona ad una controllatissima emozione: l’emozione che viene dal senso recondito delle cose che hanno perduto ogni senso. È da questa robusta intuizione che traggono forza le sue poesie, più ancora che dal suo linguaggio così corposo nel suo lessico, così ricco di nudi scatti nella sua sintassi.
Accennavo alla oggettivazione in cui queste poesie si risolvono e alle persone e luoghi che vivono in questa scarna disperatamente oggettiva silloge. Ecco allora che la confessione individuale, il soggettivismo lirico, come nella Dickinson, finiscono per comporsi in una “storia” cui farà da lume a xuella infelicità ci si accennava, o, che è lo stesso, la presenza di quella coscienza infelice di cui parlava un vecchio maestro:

“Ora di fronte a noi c’è un muro
questa civiltà di pietra,
e la vita degli altri,
con estranea, fino al dolore
profondo degli altri”.

RUDY DE CADAVAL

Testi

Angels
Un iceberg rigonfio di vento
attraversa
l’esercito in fiamme
dei crepuscoli raschiati
dai miei anni, trascorsi, scorrono
come angeli
in disarmonie alate.
Imprudenti angeli
sprovvisti dell’invisibile
cadono.

Soul
Simmetrie di cigno in questo mormorare
di specchio
dietro l’evidenza di bianco.
Bizzarra bellezza di una scia.
Non oppongo resistenza.
Nuda, sulla mia distesa di lago.
Qui annega
tutta la favola di colline.

Time without end
Infuriano arcangeli.
Sul fiume fermi
ascoltano da gelide sponde
applausi lontani di lontane notti.
Disperati autunni,
le carezze dei secoli.

Nottetempo
Puledri bianchi
hanno occhi di astore
sigillati nel vento.
Cerco quel mare
screziato dalle loro criniere,
senza obbedienza e diffidente.
Cerco il leopardo
sulle note dei loro zoccoli
senza corteccia di luna.
Vedo la conciliante terra.
Umile terra
che dorme
sul polso dell’uomo.

Arcana
Uscirò
dalla tela dipinta
del sonno
con una pausa di zigomi.
Dalla semioscurità,
cavalcando cammelli di luna
sazierò il mio seno.
Corpo, sorte, anima,
morso, voluttà:
e dopo? l’agonia
di un flamenco bruciante
sulle torri
del ragno.

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Traduzioni di Peter Eustace

Angels
A wind-swollen iceberg
crosses
the flaming army
of twilights scratched from my years:
spent, they flow
like angels
in winged discordances.
Foolish angels,
shorn of invisibility,
falling.

Yearning
Fire-black swallows
will infringe
the lineage of boundless, tender skies
in our safe keeping.
Skylarks – frozen in mirrors – (decoys???)
will kill, will break
pure-white hands, self-absorbed
on the vibrant sidelines of thought.
Hawks will swoop
on to branches swaying with names
heard by chance amidst motionless oaks,
unrewarded by eternity.

Inertia
Gruff soul glimmering with nothingness.
Your thirst unappeased,
oh pagan seer,
do you not see the blood
on time’s river-bed?
Life juts open its bruised,
swollen lip,
wide open, derisively like a diseased wave.
it was my destiny
you should bring me
a gallows of still-warm roses.

The Host
The sing-song of wandering nomads
filters from the north,
from the dry plains
suicidal in the wind.
Homeless in tents tacked to the earth,
I hear
the chaff rise,
unwilling to obey the pitch-black,
odorous funeral raft.

Rays of Light?
Loss remains,
like a thought sharp
in morning’s dry corners
tearing white-hot
destinies from the universe.
You reveal nothing
that may be the dying or the loving
of an intact storm,
stilled at last.
Your words are faithless remnants
of now’s silences.

Rebirth
I came here barefoot
and swallow-breasted,
ruffling the air with yelps.
Slowly, oh so slowly, my steps
ripple the clear water of blue echoes
and for the second time
my defenceless shape
awaits you.
I shout!
To penetrate the stream
of infinity.

Soul
Swan and symmetries
in this mirrored rumour
behind white evidence.
The bizarre beauty of a wake.
I offer no resistance,
Naked on my own stretch of lake.
The entire fairy-tale of hills
drowns here.

 

 

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